Il grande Oceano Nero

Mi hanno insegnato ad essere forti senza dirci come. Ci hanno insegnato a sopportare le battaglie senza battere ciglio, senza versare una lacrima, rendendoci schiavi del nostro dolore, schiacciati dal peso del nostro destino.
E se così non fosse?
Ci pensavo tra le lacrime, ci pensavo mentre un macigno mi schiacciava il petto costringendomi a non parlare, a non chiedere aiuto. Alla fine ho capito che è molto più forte essere fragili. Sopportare che una folata di vento diventi un uragano da affrontare a viso aperto, accettare che un fiocco di neve diventi slavina. Essere fragili non è cosa per tutti. Essere fragili ed esporre le proprie viscere alla tempesta è cosa da eroi.
Ma questo lo sa solo chi ha affrontato il male dell’anima. Siamo troppo sensibili e allo stesso tempo rocce che rotolano sulla strada della vita facendosi plasmare poco a poco dagli eventi, scheggiati, calciati, lanciati nei fossi. Siamo slegati dal nostro esterno come bambole di pezza, abbiamo un mondo dentro che nemmeno noi capiamo ma portiamo addosso come una croce che ci fa cadere e ci obbliga a rialzarsi.
Personalmente ho smesso di vergognarmi di ciò che sono. Me lo devo. Mi devo l’onestà verso me stessa, la leggerezza di poter chiedere aiuto. È da eroi riuscire a convivere coi propri demoni, sedercisi a tavola e cercare di parlarci, di trovare un accordo comune per non soccombere.
Non sono debole, sono fragile, ed è la mia forza. Tanti non si sarebbero mai rialzati e io l’ho fatto e lo faccio ogni volta che maledettamente cado faccia a terra. Sono più forte di chi mente, di chi “va tutto bene”, di chi si preoccupa del giudizio degli altri. Io, gli altri, non li conosco e non li voglio conoscere, disconosco anche chi pensa di potermi consigliare, salvare, abbracciare, senza chiedere o sapere nulla di me, dell’uragano che a volte mi si scatena dentro. Sono io il mio carceriere messo a guardia del mio inferno ed ho chiavi che prima o poi scoprirò come usare senza che nessuno mi insegni.
Parlate. Ascoltate soprattutto. Le persone, tutte, hanno bisogno di ascolto. Non della vostra comprensione, compassione o pena, noi siamo eroi dentro, abbiamo bisogno solo di ricordarcelo ogni tanto, raccontando le nostre storie, le nostre angosce, le nostre paure più nere.

Malacarne

La caverna era buia, infondo Caos l’aveva scelta proprio per questo. Il buio accuiva i suoi sensi, non vedendo annusava, udiva, i suoi polpastrelli di cane lupo tracciavano percorsi precisi. Era chirurgico, niente prigionieri. O morte, o vita.

Gli abitanti di quel buco di culo di paese inerpicato su rocce sterili sapevano della leggenda di Caos ma nessuno aveva avuto la voglia od il coraggio di scoprire quel velo di leggenda. Infondo la gente ama le storie di paura inventate per delimitare gli spazi, i confini.  Si diceva che Caos fosse senza cuore, freddo, immortale. Uccideva per nutrirsi, per il resto si limitava a tenere fede alla leggenda. Nessuno cercava, nessuno sapeva. Era speciale proprio perchè viveva dei suoi limiti e delle sue responsabilità. Aveva capito che sarebbe stato più eroico non fare del male e vivere nell’obra che prodigarsi ad usare la propria forza, la sua empatia di animale selvatico per fare del bene. Stava nel suo, insomma. Ma gli Dei, o chi per essi, giocano al  destino coi dadi, giusto per sovvertire gli ordini delle cose ogni tanto.

In un giorno di aprile e di pioggia leggera fecero nascere tra le urla di una vecchia puttana, sangue e placenta, una cosina minuscola. Non voluta, abbandonata ancora prima del taglio del cordone ombelicale, l’Accabadora era già presente insieme ad una vecchia nutrice. Vita e Morte. L’Accabadora doveva compiere il suo mestiere. Col volto già coperto di nero ed il martello pronto era in attesa del primo vagito, l’unico, prima di colpire alla nuca, come da tradizione. La bimba non pianse nemmeno dopo le sonore sculacciate e le urla della matre puttana che tra isteria e pianto gridava “….accabadu ‘sta malacarne!”.

La levatrice e le altre scure signore la chiamarono Bastarda. S’Accabadora la prende e ela avvolge in un telo nero come quello che le copre il viso, pronta al sacrosanto sacrificio di sangue di innocente per mantenere la comunione di una bottana. Esce di casa. Mai aveva dato mano alla morte ad un grumo di carne ed ossa così piccolo. Tentenna per la prima volta sul volere di Dio. Per questo non ci sarebbe stato perdono. Decide che mentire alle megere sarebbe stato un peccato minore. Di notte, al rumore dei sassi sordi si dirige alla famosa caverna di Caos. Se Dio esite, darà lui morte alla Bastarda. Pratica un battesimo improvvisato per garantire alla bastarda il paradiso. La battezza con il nome di Sibilla., stessa grotta, stesso infame destino. La poggia all’ingresso, e voltandosi dimentica l’atroce leggerezza con cui si appresta a camminare il più lontano possibile.

Caos non vede, ma nascosto annusa, intuisce, filtra gli odori e i rumori. Si avvicina a quello che sembra essere un acre odore latteo, umidità e un movimento impercettibile di carne e sangue fin troppo giovane, troppo facile da uccidere, come un cavallo di troia per chi vuole la addossare la colpa sul suo vecchio scheletro peloso. Avvicina muso al muso. Non sente reazione ma carne che si sta pian piano raffreddando. Decide di accucciarsi vicino. Vicino al cuore che lui non ha sente un battito veloce, e piano si addormenta. Infondo tutto è un piano incompleto. Sibilla, la senza voce, indifesa, la Bastarda. E Caos, il senza cuore.

Caos si sveglia, sentendo per la prima volta uan minuscola mano tendersi verso il suo muso caldo, la lecca, la scalda. Ciò che hanno chiamato e noi continueremo a chiamare amore non è che istinto atavico alla sopravvivenza, non importa come. A volte capita che un lupo trovi un cuore, e che un cuore trovi una casa. Se avessero potuto dirselo, non avrebbero di certo sprecato smelensi vomiti di parole. Caos avrebbe detto solo “Sii il mio cuore”. Sibilla avrebbe detto solo “proteggimi, prenditi cura di me”.

Everything unsaid.

Non pensavo di essere quel tipo di donna. Non pensavo di poter essere così gelosa, al punto da trarre conclusioni affrettate ad ogni tuo minimo movimento, ad ogni tua rotazione degli occhi. Per quanto poi fossero giuste, pensavo di essere il tipo di donna che sa perdonare, il tipo di donna che sa di essere scelta e sa accettare una debolezza maschile. Non pensavo di essere il tipo di donna che soffre per la tua indifferenza, ma soprattutto non pensavo di essere quel tipo di donna a cui neanche rispondi, che ignori e con cui eviti sistematicamente di parlare.
Sarà che ti ho dato tutto, troppo, e da subito. Sarà che la tua fame di vita, di amore, ha fatto in modo che tu ti servissi da questo banchetto a piene mani sapendo benissimo di non averle nemmeno lavate prima di accomodarti a tavola.

Pensavo che quello che ti stavo offrendo avesse un valore. Pensavo avresti avuto rispetto se non altro del sentimento che avevi detto così tante volte di provare, rispetto per me e anche per te stesso. Pensavo avresti avuto cura almeno del dolore che provavo per te, che invece ti è ignoto, forse fluttuo in un angolo remoto della tua mente e nemmeno ricordi il mio viso. Sono solo qualcuna che c’è stata, qualcuna che è passata, anche troppo in fretta per lasciarti una ferita che sanguinasse davvero.

Non ti ha mai nemmeno sfiorato l’idea di innamorarti di me, vero? Ero un surrogato dell’amore che avevi perso o mai avuto, la falsariga del calore di un nido, la brutta copia dell’idea della famiglia che ti eri costruito in testa ma che comportava troppo sforzo, all’atto pratico.
Bastava non mentire, bastava mostrare le tue debolezze. Le avrei accolte come del resto ho fatto con tutto di te. Accettando tutto anche quello che umanamente era inaccettabile. E come avresti dovuto fare tu, se non altro per un senso di coerenza.

Davvero costo così tanta fatica? E, soprattutto, davvero non ne valeva la pena?

 

Honey.

Un lampo nel cuore della notte.  Apro gli occhi, ti trovo, lì, il tuo sorriso bello come non mai e che importa ora di quanto io abbia aspettato mentre vagavi per il mondo e di come tu sia riuscito ad eludere la sorveglianza ed entrare. Eri lì, ai piedi del letto e mi guardavi. Ricordo di aver stropicciato gli occhi per mettere a fuoco, non capivo bene. Eri lì davvero? Così bianco, avresti potuto essere un ectoplasma, una visione, un ologramma della mia mente, o solo la ricostruzione di uno qualsiasi dei miei sogni.

Ma poi ricordo di aver sentito la tua voce scandire con precisione e lentezza quelle parole, “mi mancavano i tuoi piedi” e di colpo sono passata sopra alle attese, ai pianti soffocati, al vuoto che mi avevi regalato quando eri partito per chissà dove, senza promessa di ritorno. Mi avevi abbandonata con la facilità con cui si abbandona per strada una lattina vuota, consapevole di inquinare quel mondo che era solo nostro ma sicuro che altrettanto presto avrei trovato un nuovo amore, o un passatempo, o che semplicemente mi sarei stancata e ti avrei presto dimenticato.

E ci avevo provato, credimi, ma il tuo ricordo rimaneva ad impregnare i posti dove eri stato e dove avevamo camminato insieme, come pece collosa. Sentivo il tuo odore mischiato a quello del caffè scadente, in quel bar dove andavamo spesso, quello coi disegni dei coralli alle pareti, un dettaglio un po’ troppo vistoso per un bar di periferia sulla strada provinciale. Non so perché, comunque, tornassi lì. Ci si affeziona alle proprie malinconie al punto da preferirle a nuove avventure. Non che sperassi di trovartici, ma mi piaceva l’idea che tu mi avessi lasciato e io, invece, non avessi mai lasciato te. Mi sentivo l’ultimo degli eroi romantici, per chissà quale cazzo di gloria poi. Sono le principesse che vanno salvate.

Ma ora sei qui. E sono paralizzata, seduta in questo letto. Tu distante, e fuori piove. Sento l’odore dei tuoi vestiti bagnati e percepisco le gocce che cadono impregnando quel tappeto indiano che avevamo comprato insieme. Non ti era mai piaciuto e mi stupisco di avertici ritrovato, lì, quasi una penitenza, come sempre ti trovavi in un posto dove non avresti voluto stare. Vorrei spingerti un metro in là, dirti di stare sulla porta, o vicino alla finestra, di trovare un posto in cui sentirti a tuo agio e conoscendoti sarebbe stato vicino ad una qualsiasi uscita, ma sono immobile col corpo e i pensieri e fatico davvero a capire.

Vorrei chiederti perché, il perché di mille cose grandi ed inutili ma nella mia testa gira solo un tonfo ritornello stupido, mi ripeto “è tornato, è tornato, è tornato…” senza nemmeno considerare che magari per te non fosse un ritorno ma un passaggio, un momento, una vile necessità, una mancanza di alternative. Mi sento stupida, e felice, e piena, e anche vuota. Sono sempre bloccata, ma gli occhi roteano impazziti, ora il mio cervello elabora la quadra, i perimetri, le uscite, so esattamente dove sono le chiavi e mi immagino di balzare fuori dal letto per chiuderti ogni via di fuga, aspetto solo un minimo movimento. Sono egoista. Sono una vela tesa verso un mare in tempesta, pronta a rovesciare la barca.

Percepisci, e senza che io muova nemmeno un angolo della mia bocca, sussurri un prudente “panda, non voglio andarmene di nuovo”.

Forse non era amore, non lo è ora e non lo sarà mai, ma questo tuo appartenere alle mie viscere ci assomiglia parecchio.

Piazza Indipendenza.

C’era quella piazza, piazza Indipendenza, e c’eri tu che arrivavi bello come un Dio, con quel vestito nero, sempre ridendo con quella espressione in viso che era pura strafottenza. Tu che dalle mani magicamente facevi apparire uva che mi mettevi nella bocca, acino per acino e c’era quel caldo che faceva sudare anche i pensieri e ricordi di una me confusa, disorientata, ubriaca.

Ricordo la gelosia. Le lacrime trattenute che scendevano appena scappavi da me, sempre troppo presto, sempre troppo freddo. Ti avrei voluto di più, e non me lo potevo permettere per un sacco di buoni motivi ma infondo per nemmeno uno di buono.

C’era la rabbia di saperti solo, con la tua fame di vita e di mondo, e io che ero troppo piccola per darti quello che sarebbe bastato a farti rimanere.

Piccola era come mi sentivo la maggior parte del tempo. In balìa dei tuoi tempi, delle tue richieste, del tuo incostante esserci. Avrei voluto un appuntamento normale, sai, quelli in cui tu saresti arrivato con un fiore e io sarei stata bellissima ma senza l’angoscia di doverlo essere per moneta di scambio. Avrei voluto tu non mi chiedessi mai niente e mi donassi un po’ di più. Saremmo stati pari, noi, che pari non siamo mai stati.

È che in amore c’è chi prende e chi da. Non ho cambiato le regole, non ho sovvertito le partiture. Anche se non chiedevi era quella la mia prigione. Darti tutto, aspettando che tu uscissi dalla tua, fatta di cose non dette, silenzi e tante troppe mezze verità per uno che con gli occhi sa mentire così bene. Mi stavi concedendo un varco, non sapevo allora se fosse un regalo o una condanna.

Avrei voluto essere più forte invece ti ho lasciato sfilarti dalla mia vita quando hai capito ogni mio limite. Te ne sei andato che mancava poco a Natale. Sei andato e basta come tutte le volte in cui dicevi “ciao, non fare cazzate” e io ci credevo davvero non fosse una frase del cazzo. Pensavo ti importasse davvero, allora.

Avrei voluto dire a te, che eri sempre padrone dei giochi e del tempo, che si… c’era stato un altro. Te lo avrei detto solo per farti crollare un poco, per cercare di farti smuovere. Sarebbe stata una bugia da poco, infondo. E tu non mi avresti mai creduto perché io con gli occhi non so mentire e tu le persone le leggi fin troppo bene.

Mi hai fatto una operazione al cuore, col mio consenso, senza anestesia nè presidi sterili. Comunque sarebbe andata, averti mi avrebbe lasciato una grossa cicatrice, lo sapevo e questo taglio sul petto me lo ricorda ogni giorno.

Mangiatempo e la Bambina che odiava i piedi.

C’era una volta una bambina che odiava i piedi e abitava nel regno viola di non molto lontano da qui. Nel regno viola di non molto lontano da qui vivevano un sacco di abitanti, e di conseguenza un sacco di piedi, piedi piccoli e grandi, piedi pelosi e piedi caccolosi, piedi puzzolosi e piedi dalle lunghe dita, piedi dinosaurosi e piedi arquati e anche qualche piede piatto. Nel regno viola di molto lontano da qui si raccontava che i piedi rappresentassero le persone e così la Bambina, proprietaria di un grazioso paio di piedini pacioccosi e morbidosi aveva iniziato ad odiare i piedi perché infondo infondo infondo desiderava un mondo dove tutti avessero dei piedini pacioccosi e dove nessuno avesse dei piedi schifosi e delle schifose anime. In realtà, pensava lei, erano i piedi ad odiarla. Perché i piedi brutti sono invidiosi.. e si nascondono, e bramano irosi e non hanno compassione né sono simpatici. Calpestano arrabbiati e sbattono furiosi e corrono alla rinfusa creando scompiglio, senza grazia e senza delicatezza, senza amore, senza compassione e senza bellezza. Piedi su piedi, ammassati, solo a far rumore e a sollevar polvere. La Bambina era talmente ossessionata dai piedi che camminava sempre testa bassa, a cercar piedi da evitare, a cercare piedi da scansare per non farsi toccare neanche per sbaglio. Era talmente ossessionata che i suoi piedi venissero impolverati, sporcati, infangati, che un giorno decise di sfilarli, per custodirli, per tenerli puliti e non permettere a nessuno di bramare la dolce rotonda pacioccosità dei suoi piedi a forma di Buondì Motta. Gli sembrava una cosa molto molto intelligente, e così se ne stava ore e ore seduta sul ciglio della strada a guardare dei brutti piedi camminare nelle loro brutte vite.

Un giorno però nel regno viola di non molto lontano da qui arrivò uno strano carretto con una strana scritta, il cartello diceva “Lo spettacolo di Mangiatempo”. Mangiatempo era un Mago ma non si sapeva bene di cos, si diceva rendesse le persone felici quando faceva la sua Magia, che però, nessuno conosceva. Tutti sapevano della Magia eppure nessuno l’aveva mai vista, la sua fama lo precedeva e le persone inziavano già ad essere curiose e felici ben prima di qualsiasi sua apparizione, di qualsiasi spettacolo. Erano solamente felici di aspettare.

La bambina era seduta poco distante, nel regno viola di non molto lontano da qui, da dove Mangiatempo aveva deciso di fermare la sua carovana. Sentiva la musica, aveva sentito parlare della Magia di Mangiatempo e vedeva gli abitanti arruffarsi e scorazzare attorno alla buffa carovana e in giro, frenetici come formiche ubriache. Ma lei non aveva i piedi, e non poteva vedere che poco più in là del suo naso e delle sue piccole manine di pan di zucchero. Si ripeteva che non c’era niente di bello in mezzo a tutti quei piedi, troppa polvere, troppo rumore e troppo rischio, troppi troppi brutti piedi. Mangiatempo nel frattempo intratteneva gli abitanti dai brutti piedi con qualche trucco da prestigiatore, niente di più, era troppo stanco per la Magia vera, aveva capito che il trucco che funzionava sempre, se lui sorrideva con tutti i suoi 200 dentoni gialli le persone sorridevano a loro volta dimenticandosi perfino dei loro brutti piedi. Era un trucco da poveri ma di qualcosa si deve pur vivere, diceva a se stesso Mangiatempo.

Mentre sorrideva senza motivazione ma con molta molta convinzione, roteando gli occhi come un camaleonte un po’ per gioco e un po’ per abitudine, noto nella strada a fronte della sua buffa Carovana una piccola, cicciosa bambina viola senza piedi. Era diversa. Era diversa soprattutto perché in un paese di orribili piedi pelosi e di dinosauro, anche se lui non aveva mai visto i piedi di quella strana bambina con le mani di pan di zucchero, lui sapeva che lei, da qualche parte, aveva dei bellissimi piedini, solo che era troppo impaurita e non aveva il coraggio di usarli, di pasticciarli un po’, aveva paura che da un piedino infangato non si potesse tornare indietro e salvare mai più.

Decise Mangiatempo che era ora della sua Magia. Camminò verso di lei, che guardava curiosa questo orso dalla barba spinosa e dal grosso giallo sorriso e che sembrava sapere così tutto di tutto, del mondo e dei piedi belli e brutti. Per la prima volta la Bambina che odiava i piedi non riuscì a staccare occhi dagli occhi, Bambina non sapeva come erano i piedi di Mangiatempo, e quel sorriso occhi negli occhi durò l’eternità di una frazione di secondo.

E poi eccola la Magia di Mangiatempo. La sollevò, senza chiederle nulla dei suoi piedi mancanti perché lui li vedeva, infondo. Sapeva che c’erano e gli bastava, perché Mangiatempo viaggiava nel tempo del cuore e poteva anche immaginarseli i piedi senza vederli davvero. Sapeva tutto di tutto e sapeva anche che a volte bisogna prendere le bambine e farle volare per un po’ prima di metterle sopra ai loro piedini e farle camminare. Serve un motivo. E così, ecco, un grande salto e occhi chiusi sul sogno di Mangiatempo che era un raccontastorie eccezionale, e Bambina era su una nuvola, poi poco più in là su un unicorno o poi ancora su una spiaggia con le onde che ridono tutto il tempo. Bambina riaprì gli occhi, felice come mai era stata, e Mangiatempo si allontò, come un gambero, all’indietro, sempre sorridendo e ciondolando nei suoi buffi abiti da ciarlatano.

Bambina sentiva il cuore correre verso Mangiatempo e la sua Colorata Carovana. Corse a prendere i piedi, semplicemente. Ci camminò un po’ incerta mentre nella testa rimbombava quella risata fragorosa. Dapprima cadde, inciampò, perché si sa, i piedi, quando si rimettono a camminare scricchiolano, e cigolano e sono molto goffi e maldestri. Però Bambina aveva visto gli unicorni, le nuvole ed il mare e non sapeva se Mangiatempo gli unicorni li teneva anche nella sua Carovana. Ma valeva la pena di andare a vedere. E per la prima volta si stupiva della bellezza di sentire le foglie e i sassi sotto i suoi piedini morbidosi, e anche se si stavano sporcando lei vedeva solo al di là dei sorrisi e delle teste ciondolanti che attorniavano la carovana. Cercava Mangiatempo per chiedergli ancora la sua Magia ma la magia è che nel frattempo aveva già saltellato la strada e che era ad un passo dalla Colorata Carovana, fra piedi sporchi e teste ciondolanti che la schiacciavano, e la spingevano, e sporcavano e impolveravano, lei che era così piccola da stare nella tasca di ognuno di loro. Ma non importava molto, non importava nulla davvero a lei che così piccola sentiva il cuore gigante, aspettando.

Il morale di questa storia è che se sorridi aspettando un unicorno, sei grande abbastanza da essere felice.

 

Valigia ad una piazza.

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Da basso vedi meglio. Inginocchiata, rannicchiata a proteggere quel poco di orgoglio che ti rimane tra le braccia livide e le lacrime. Ingoi la rabbia, ingoi la colpa, insieme al gusto ferroso del sangue che quasi rassicura. E’ una cosa reale. Una ferita si apre, il sangue scorre, poi si ferma, smetterà di sgorgare e la ferita si chiuderà. Mica come essere abbandonata, quello no, niente regole, niente tempi, niente anestetico o punti di sutura, guarigione random, zero controllo, no.

Infondo dare un volto all’orrore lo rende familiare, meno anacronistico mentre sorride mangiando alla tua tavola, mentre ti dice che ti ama, che no, lui no, non ti farebbe mai del male. Sai che fa compagnia. Sai che tornerà, è una triste consolazione ma il vuoto spaventa molto più che le mani. Ti fidi, gli credi. Ti alzi. Pulisci. Delimiti con le mani lo spazio del dolore, ti tocchi. Provi ad indovinare con che cosa dovrai coprire i segni, passi mentalmente in rassegna il guardaroba, abbini i colori, le lunghezze. Ripercorri i passi a ritroso nello spazio e nel tempo per capire se qualcosa è fuori posto, fuori luogo come la tua atomica leggerezza nel raccogliere il bicchiere, sistemare la sedia, strofinare le macchie scese dal naso che macchiano il pavimento in cotto antico. La tua faccia è strana, un misto di vergogna e di astrazione degli occhi, mentre voli a domande bizzarre, ti chiedi “ci sarà ancora gelato in frigo?” mentre frughi cercando i piselli surgelati che usi come anestetico su quel brutto livido. Pensi alla fortuna di portare gli occhiali. Pensi alla fortuna di avere dei bimbi un po’ irruenti, per giustificare le macchie della vergogna.

Ti senti quasi sollevata. Infondo è stata colpa tua, infondo tua madre dice sempre che hai un carattere di merda, che devi crescere, adattarti, adagiarti morbida su quel sofà di convenzioni che non ti sono mai piaciute. Quindi è un bene che qualcuno cerchi di farti capire che sbagli, costi quel che costi. Costino le botte, costi la costrizione a mentire alle persone più vicine.

Sei sbagliata, lo sei sempre stata dal momento in cui hai scoperto di essere mortale, da quando passavi giorni interi con il pensiero di poter morire e il contraccolpo degli attacchi di fame di vita che ti assalivano e bruciavano, bruciavano. A volte cercare di essere felici è un cazzo di problema. Perché tu non sai aspettare e sai che di tempo ne hai poco e modo ancora meno, e vorresti tutto, subito, a far numero per riempire il buco nero che senti e che si inghiotte tutto. Stai implodendo e nessuno se ne accorge. Credono tu abbia bisogno di aiuto, di parlare, ma no… hai bisogno solo di silenzio. Hai bisogno di solitudine. Hai bisogno di metabolizzare che la compassione della gente non ti ha salvata in passato e non ti salverà mai. Hai bisogno di ricostruire, mattone su mattone con la pazienza di un eremita, quel castello che era di sabbia e che sei stanca di vedere crollare. E hai bisogno di farlo da sola che troppe volte ti sei appoggiata ad una spalla che poi defilandosi ti ha fatta cadere di nuovo.

Ma puoi essere sempre tu l’errore nell’equazione? Puoi essere sempre tu il pezzo del puzzle che non si incastra? Quello che il gatto ha rosicchiato in anni di assoluta indifferenza da sotto il divano? Puoi essere sempre tu la crepa nella ceramica?

Calcoli la statistica, le possibilità numeriche, quante volte può sbagliare un uomo? No no, non in numero, la percentuale sul computo totale, una media matematica per capire e collimare fallo e goal. Non quadra, conti con le dita, scarabocchi a matita di numeri, parole, sogni andati e da buttare. Ma non quadra mai, ogni volta, e sempre. Di solito avresti strappato il foglio, cancellato furiosamente l’immagine mentale di quella equazione piena di tante e troppe parentesi e quel simbolo che ti deride, lui, quello che tende all’infinito. Fanculo.

Vedi che sei vuota. Sei una valigia. Le valigie vuote sono sempre sbagliate, ti dici. Forse questo, non quadrava. Sei stata una valigia ferma e vuota per troppo tempo, buttata in un angolo in attesa di essere usata per il viaggio della vita. Sei la valigia di te stessa. Ti raccogli, ti riempi con pochi vestiti, qualche ninnolo di bigiotteria ricordo di calde estati passate tra i mercatini, l’orgoglio rimasto, dentrificio e affetti personali, e decidi di andare via. Sai che è il viaggio la salvezza, andare via non significa sempre andare altrove ma anche così ci si salva. Sai che alla prossima stazione dovrai stare attenta a chi mette mano al meccanismo, a chi gioca alle tre carte in stazione, a chi ti svuota, ai ladri di sogni.

Ma almeno lo sai ed è già un buon inizio, ti auguri da sola buon viaggio, e vai.

 

 

 

 

Digressione sulla mimosa.

Buona festa della donna, eh. Anche se non riceverete mimose che tanto puzzano di piscio e lasciano pallini ovunque. Il significato è altrove e al prossimo che mi sciorina il “bisognerebbe festeggiare ogni giorno le donne e non solo l’8 marzo” (frase intercambiabile all’occorrenza/ricorrenza con San Valentino, festa della mamma, natali, pasque e liberazioni varie) gli spiego giusto due cose. Tipo che siamo noi donne le portatrici sane del nostro morbo. Noi, il male un poco ce lo vogliamo, pensiamo di meritarlo, gli permettiamo di farcelo e ce ne facciamo un sacco. Dovremmo fustigarci da sole, co’ sta cazzo di mimosa…. un favoloso “mea culpa”  spiumando palline gialle nell’atmosfera circostante… stile Priscilla la regina del deserto. Via.

E quindi gli auguri vorrei farli davvero, di cuore, a tutto ciò che ci fa male, a tutto ciò che ci distrugge o che almeno tenta di farlo. Tanto poi noi rinasciamo, sempre… no, non come l’araba fenice. Diciamo, mhhh… più come la muffa sul muro del bagno.

Buona festa ai tacchi alti e ai jeans stretti. Alla dieta che inizieremo domani, in un domani ipotetico, di che anno non lo sapremo mai. Ai capelli secchi e alle doppie punte, alla cellulite, alle rughe, ai peli superflui ma sempre meno superflui di certi uomini. Buona festa della donna ai nostri “cambierà”. Ai nostri “è colpa mia”, ai “non voleva farmi del male”. Alle scuse che abbiamo detto agli altri, ma mai a noi stesse. Anche ai vaffanculo eh, con stesso ragionamento.

Buona festa della donna alle libertà che ci neghiamo, al gelato che non mangiamo per entrate in vestiti che non ci piacciono per piacere a uomini che non ci meritano.

Buona festa della donna a chi è donna e punto e fine. A chi sceglie di essere madre perché ci vuole coraggio, a chi sceglie di non essere madre perché cristoddio ce ne vuole molto di più. A chi non può e invece vorrebbe, e gli tocca di portarsela a spalle questa croce dell’inadeguatezza, in un mondo dove uno spermatozoo lento è un intimo segreto ma un utero ostile è discusso in pubblica gogna.

Buona festa della donna alla superbia, all’avarizia, alla lussuria, all’invidia, all’ira, alla gola e all’accidia. 7 nomi per 7 vizi, d’altronde l’offesa è grammaticalmente femmina. Buona festa all’ansia da prestazione, all’ansia delle aspettative, all’ansia che provoca l’ansia di avere l’ansia. Buona festa della donna alle donne che nascono donne ma senza una vagina. E a tutte quelle che di vagine ne gestiscono più d’una. Buona festa all’eyeliner sminchiato delle 8 di mattina, che se impari a gestire quello significa che già hai imparato a gestire almeno almeno due terzi dei problemi mondiali.

Buona festa alle piccole donne, alle grandi donne, alle donne obese, alle donne stupide, alle donne tradite. Alle stronze, alle puttane, alle impenitenti, alle timorate di un dio qualsiasi, a caso.

 

Struttura di Neve.

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Ma tu… te la immagini la neve d’estate? …Ridi? Però sarebbe bello….

Un briciolo di serendipità nel monotono succedersi delle stagioni e degli imprevisti prevedibilissimi.

L’ho sempre trovata strana io, la neve, buffa e bellissima. Struttura imperfetta e anomala. Composta da una struttura base, simmetria esagonale e geometria frattale, ma allo stesso tempo diversa per ogni fiocco che la compone, mai uguale, mai coerente, mai ferma nell’evoluzione di ogni piccola parte.

Morbida, distesa su un letto, candida appena caduta. Si sporca in fretta se la guardi, le piace mischiarsi al fango, alla terra, all’odore di smog e fumo. Non credo le piaccia tutto il candore sterile che porta dentro. Ha bisogno di sudicio per sentirsi viva. Dai. Prendila. Comprimila. Mentre sei convinto di farla tua, tu non lo sai, ma la rendi più forte., più presente a se stessa, compatta, dura. Nella tua mano che stringe diventa nucleo impenetrabile di diamante appena prima del tracollo. Fa quasi fastidio, a volte odio, il più delle volte è un quesito, qualcosa che non ti sforzi di capire. Per amarla invece, ci vuole coraggio. Perché si scolgo e divents ingestibile, ti scivola dalle mani e non puoi, non puoi proprio contenerla. Un secondo di calore in più ed è dappertutto sui vestiti e sulla pelle. Piccolo fiume incostante che cola dalle mani e dalle labbra, cerca la foce, uno sbocco, o la nuda terra a cui ricongiungersi.

Lasciami cadere. Non toccarmi.

Mi appoggio qui per un attimo sulla tua guancia, il tempo di trasformarmi in lacrima. Apri la bocca e sorridi al mio destino. Ho un cuore di neve e nessuno ci può fare un cazzo. Puoi stare distante a guardare, ma amarmi no. Nessuno è abbastanza bravo da tenere l’acqua tra le mani senza farla scivolare tra le dita.  Saltello nel vento, leggera. Ma basta un attimo e ti taglio il viso come tempesta se cala il gelo. So essere nostalgica, dolcemente noiosa, che vuoi farci… è la mia struttura.

Un po’ mi dispiace sai, sapere. Ma nessun fiocco di neve è mai caduto nel posto sbagliato.

C’è una regola anche nel caos.

Randomizzato in doppio cieco.

Continua imperterrito il mio studio sull’imbecillità dell’uomo. Vorrei tanto aspirare a quel testo bellissimo che è “Il cretino in sintesi” di Fruttero & Lucentini, ma i miei campioni di studio sono talmente idioti da risultare poco servibili anche ai fini di ricerca.

Stavolta ci stava pure lo studio randomizzato in doppio cieco. Serviva. La pseudoscienza prima di tutto. E serve di essere in molti, effettivamente, per capire se una medicina serve o è solo l’ennesima boiata. Fortuna che alla fine, risultati alla mano, ti rendi conto dell’inganno. Che non è della medicina ma del tuo cervello. Ti convinci che un uomo sarà la tua medicina, ti salverà da tutte le tue malattie (grazie Battiato ma La Cura infilatela pure nel deretano…) e ci credi. Cazzo se ci credi. Finchè il tuo cervello non ti farà felice e fottuta facendoti volare nello stomaco bestioline svolazzanti che manco col DDT le ammazzi. Grazie.

E allora da qui la necessità della precisione scentifica. Double-blind control procedure. Insomma. I numeri parlano, servono, danno risposte. Se un uomo fa lo stronzo solo con te probabilmente è un Saturno Contro, ma se, dati alla mano, vedi risultati ripetibili e dimostrabili, beh… statisticamente sei incappata nel famoso Placebo. L’uomo-Placebo. L’uomo insulso. Il mezzo uomo. Inteso come mezzo uomo e mezzo testa di minchia, anche se sulle proporzioni esatte non sono molto certa. Quello che fa leva sulle tue debolezze e i tuoi bisogni facendoti illudere di essere la tua Medicina mentre è solo Acqua Sporca. Ma lui è solo glucosata che ti sei iniettata nelle vene. Sei tu che pensi che funzioni. Che senti la felicità nelle vene e ti convinci che quel pezzo di idiota sia il motivo per cui ti dovresti vivere. Lui non ti ha mai salvata, mai. Lui ti ha salvata meno del lurex che fa subito “sera” e dei fuseaux dimagranti di Jane Fonda. Ti ha salvata meno della pasta col tonno che porcoddio salva sempre qualsiasi situazione. Ti ha salvata meno delle dita in gola. Non ti ha salvata mai. Era il tuo cervello che aveva delle epifanie, ecco. Era la tua voglia di stare al mondo e starci bene che ti faceva infojiare il cervello con queste minchiate.

Ora vi chiederete il perchè di tutto questo. Divulgazione di letteratura scientifica e memorandum.  Una saggia anima mi ha detto “sai che quando tutti i gatti del mondo e i gelati con la nutella non basteranno, i motivi dell’abbandono del Pio Imbecille ti sembreranno superflui o superabili. Quindi scrivili da qualche parte e leggili, spesso”. C’ha raggione, bella lei.

Certi imbecilli fanno fatica a cambiarsi le mutande, figurati l’anima.