Archivio della categoria: Poesia.

Al mio Sangue.

Tra le due dita i miei segreti.

Nei tuoi occhi stanchi depositata la mia rabbia.

L’odio è liquido e si espande,

si fonde con le mie lacrime.

Le tue, meno salate, meno vere.

Tossicodipendenza schifosa.

 

Odi et amo.

 

Preghiera per te. A come ti vuoi.

Non chiedermi. Non so. Non più, non ora.

Hai raso al suolo. Devastato.

Te stesso ed io con te.

E mi chiedi scusa… scusa.

Mentre mi trascini ancora.

 

Più giù cazzo, dai. Strappami la pelle.

Sangue mio. Amaro come veleno.

Braccia mie. Torniamo bambini.

Piccolo. Stai qui. Giochiamo a palla ancora.

Ti proteggo io che non ci arriva qui il nero buio delle tue angoscie.

Siamo più forti, così indifesi e stupidi.

 

Incondizionato. Dolore e amore.

Perdonami tu, questa volta, che, di nuovo, non smetto.

 

Mater Divinae.

Eccola Anna.

Anna e il suo sguardo buono.

Le sue tette enormi e materne.

Anna e il suo bambino tra le braccia.

Due entità, forse tre, contemporaneamente.

Come una madonna profana di uno schizzo mortale.

Come sopportazione delle metamorfosi schifose del corpo.

Come le occhiaie che raccontano dell’odio che non puoi dire.


E dipingi isterismi casalinghi come paradisi perduti

spaccando nel mio utero vuoto quello che ingoio ogni giorno.

 

Anna, aspirazioni divine e carnalità terrena di nervi tesi.

Siamo ciò che siamo. Io, te.

Ciò che possiamo. Concesso.

Così diverse. Così uguali no.

Lo siamo state. Poi hai smesso.

 

Ti sei innalzata, divina vergine gravida.

Dolce e femmina. Voce di miele.

Ti guardo contorcerti nei tuoi dolori di madre.

Tragico solenne rito di vita. Sacrificio.
Io così sterile. Io egoista.

Noce vuota. Seni stanchi.

Che mi giustifico ai miei vizi di ibrido.

 

Non mi avranno le tue tette.

I profumi di latte, microscopiche miniature di abiti adulti.

Non mi avrà quel minuscolo  abbozzo di mano

che avvolge il mio pollice.

Quella testa ciondolante che cerca compulsiva il mio seno.

 

Poi, buio. Arresa.

Quanta carne in me decide e spinge.

Le unghie lasciano la presa ai miei pensieri.

Trascinami. In basso.

A desideri triviali.

Placenta, denti.

Cuore.

Ad A. Poesia quasi d’amore.

A modo mio. Tu sei.

Lì per me, in un attimo.

Nelle mie pupille il tuo genio impazzito,

vedo oltre al cuore.

E ti vedo.

Su un pavimento, seduto, mentre bevi birra calda e ridi.

E dipingi i muri della mia instabilità.

Stai lì seduto e guardi solo.

Ti perdi in pensieri pesanti.

Tra le velocità futuriste dei nostri attimi di luccicanza.

Corri via e ti seguo. Danzi gli occhi e i miei coi tuoi.

Non sei abbastanza veloce per mentirmi.

Tu tra i miei muri stai già facendo pulizia, luce.

Stai sistemando le tue cose.

Hai aperto la finestra e sei aria nuova che brucia i polmoni.

Porti tuoi scatoloni di ricordi, di foto, di fumo e vino che ti scivola addosso.

Mostri ansioso, per insegnarmi traccia di te.

Ma tu sei qui, ora. Sei solo quello che scegli.

Quello che, stupendo, sei.

Ma gli animali non hanno memoria.

Sanno solo di odori. Di istinto.

E questo, amo.

Fossimo stupidi, persi e incapaci, e piccoli,

sarebbe la stessa danza,

tra i miei occhi e i tuoi.

Vivimi, leccami. Ora e subito finchè la pelle avrà sete.

Dammeli, i tuoi pianti.

Che mi doni la cosa più preziosa.

Che ti fidi di me.

Anche se osservi i miei artigli,

sai che in queste nostre stanze sarò dolce.

Una leonessa, cacciatrice e madre. E pelle tua.

Mi guardi e mi spogli delle mie paura. Di quello che sapevo.

Quello che ho imparato ora non lo so più.

Avevo montagne di libri con regole, segni, pieni di punti e virgole.

Di attenzioni e di freni.

Ora ho fantastico vuoto da riempire.

Insegnami a leggere, a scrivere.

Sono cosa tua da plasmare.