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la neve se ne frega.

neve

 

“Siamo a fine settembre. Il tempo non passa mai e nello stesso tempo vola. Le giornate sono frenate dalla fatica della nostra separazione ma, a guardarle dopo, si deve fare i conti su quanto tempo non abbiamo passato insieme.”

Mi sono appena accorta di aver perso il libro che tanto amavo. La neve se ne frega, di Ligabue. Non che sia uno scrittore pluripremiato e talentuoso. C’ha che questo libro mi assomiglia. A volte basta poco, davvero poco per innamorarsi delle cose. Tanto quanto poi basta per perderle.

Ma coi libri no, sono mondi che una volta scoperti ti si appiccicano dentro, come un odore, come una musica. Amori che non ti deludono mai, che non tradiscono, che non ti abbandonano, che ricambiano col medesimo trasporto la tua partecipazione. Per me questo libro è importante perchè mi assomiglia. Una storia semplice, banale. Un amore, anche questo piuttosto banale, ma in un era post-moderna e futuristica. Ma poi arriva un momento in cui non ci si parla più, succede uno strappo, un buco nero in cui ci si ritrova nonostante tutto distanti. Ma poi arriva la neve. E cambia. Cambia il modo di vedere, cambia le distanze, cancella i confini visibili, cancella il superfluo e nasconde dal mondo, nasconde tutto il brulicare di inutilità che di solito ci marcia attorno. Questo libro lo vorrei far leggere a tutti quelli che come me sognano, nonostante tutto il male che può fare. A quelli che almeno una volta nella vita hanno sperato contro ogni previsione. E hanno fallito. Ma fallito con la convinzione di non aver mollato un sogno, di averci almeno provato.

So che è presto per la neve, ma la aspetto, ogni anno, ogni natale. Amo la neve. La aspetterò sempre. Infondo ognuno ha il proprio giardino segreto dove rifugiarsi, dove stare bene.

Il mio di strano ha che c’ha la neve.

Quindi, come dice il protagonista del libro “Stai sotto la neve, ho bisogno di parlarti”

Tenersi allenati.

E’ che a volte si ha proprio bisogno di star male. Di piangere. Non quel pianto ansimato da soap-opera. No no, parlo di quel pianto convulso, quasi che gli occhi ti gridano e sembri inconsolabile e forse, almeno per una buona oretta a settimana, ti dovresti pure concedere di esserlo senza pensare tanto al poi. E’ un rito purificatore, come una sauna al cervello. Fuori le tossine, fuori i pensieri pesanti, brutti, fuori il resto, fuori tutti, fuori anche te, soprattutto.

A me capita spesso ultimamente. Non so se sia per il periodo particolarmente carente di sfighe e la consecutio logica della totale assenza di preparazione. Ma, come dire, a volte ho proprio bisogno di abbandonarmi a quella parte di nero che mi covo dentro, come a volerlo tenere vicino, vivo, perchè a volte la paura è che ad abituarsi al bello si fa tanto presto e invece poi niente dura per sempre, i vasetti di Nutella finiscono, le persone se ne vanno, i pesciolini muoiono, chi ami ti delude, e soprattutto c’è sempre un giorno tragico in cui scopri che il tuo vestito preferito ti sta veramente di merda. E allora, quelle come me un posticino di pianto se lo tengono sempre a portata di tasca, giusto per averci lo sgorgo dei dotti lacrimali stasato, ecco.

Cazzate a parte, ancora non ho capito come si supera. La malinconia, intendo. C’è sempre qualcuno che te lo vuole insegnare, qualcuno che ti dice “arrabbiati meno, stai tranquilla, ama con meno trasporto…”, è che a volte c’ho l’impressione che loro lo possano dire perchè si sono fermati quel secondo prima, il secondo prima di perdere il controllo… il secondo prima di amare senza riserve, prima di incazzarsi a bestia, prima di sognare senza confini. Non sono mai riuscita a fermarmi, sull’orlo del precipizio scelgo sempre di provare a volare, di gettarmi, e irrimediabilmente fa un male cane ma ancora st’idea dal cervello non s’è spostata di un millimetro. Volta dopo volta, salto dopo salto. Non ho mai imparato a fermarmi. A preservarmi.

E allora, dato che farà male, dato che prima o poi arriverà il momento teatrale in cui il cigno si accascia e schiatta, mi tengo in allenamento col cervello, con gli occhi e col cuore. Specie quando sento che la fine è vicina e me la sento alitare sul collo, mi sale una tremenda malinconia per non poter fermare quel processo irrefrenabile di eventi che decodifico solo io con chirurgica minuzia. Vorrei almeno non avere questa sfortuna di essere eccessivamente sensibile e paragnosta. Perchè a volte la fine la vedo proprio, vedo il disastro avvicinarsi come potrei tranquillamente vedere un tornado. Tangibile. Basta un dettaglio, una parola, un gesto, un respiro sbagliato e trac. Cade tutto il castello, quello che mi ero costruita io ovviamente. E quello che mi resta da fare è solo stare alla finestra ed aspettare di essere travolta. O comprare calzini, dipende dal grado di tristezza.

Oggi ho comprato degli asciugamani e ho ascoltato tante canzoni che sapevo mi avrebbero fatto piangere. Cerco di espellere i pensieri negativi. Mi tengo allenata. Farò dei post-it giallo con su scritto “NON BUTTARTI”. Conoscendomi magari domani quando sarò più allegra ne aggiungerò uno sotto con scritto “Non preoccuparti, la spazzatura non si butta da sola”.

 

 “L’unica persona che mi abbia davvero insegnato qualcosa, un vecchio che si chiamava Darrel, diceva sempre che ci sono tre tipi di uomini: quelli che vivono davanti al mare, quelli che si spingono dentro il mare, e quelli che dal mare riescono a tornare, vivi. E diceva: vedrai la sorpresa quando scoprirai quali sono i più felici”. (Oceano Mare – A. Baricco)

 

 

La sindrome della Cogliona.

Eppoi ti ritrovi a parlare con un’amica della serie di coglioni che ti son passati tra le gambe e dentro al cuore. Lista interminabile di Fidanzati di Merda (che qui abbrevieremo in FdM…), che hanno compiuto Azioni di Merda, consapevoli o meno, che abbiamo comunque e nonostante tutto amato infinitamente.

“E’ che amiamo. Amiamo troppo”. Si tesoro. E’ vero. Anzi no. La verità sarebbe ammettere una volta per tutte che l’amore non è mai troppo, o troppo poco, il fatto è che sbagliamo spesso la mira. Amiamo troppo la persona sbagliata. Non lui, non tutti i vari FdM di cui siamo state capaci, il fatto è che la persona che dovremmo amare in realtà non la amiamo mai. Noi stesse. Non è che sempre sempre ci facciamo cagare, almeno, esclusi i giorni di ciclo, pre-ciclo e post ciclo. E’ che pensiamo che lo gnomo balengo che abbiamo affianco meriti sempre di più di quanto noi siamo disposte a dare a noi stesse. Ci chiamano crocerossine. Sto cazzo, il nome giusto è un altro e non essendo per la censura beh…ecco…il nome giusto sarebbe coglione. Grosse, grasse coglione.

Anni di evoluzione sociale e noi ancora a berci storie di bugie, tradimenti, vite perfette e lieti fine che esistono solo nei nostri migliori film che ci facciamo nella testa. Ammettiamolo, l’uomo medio non è più sveglio di un lemure. E allora perchè se riusciamo a rendere splendida dentro di noi l’immagine di un primate non ci concediamo lo stesso privilegio?

Non sono cattolica praticante, anzi, direi che il mio essere leggermente cinica mi porta a dubitare di molti dei fondamentali del credo. Ma una cosa la ricordo. Una cosa che ha detto Gesù. Ama il prossimo tuo come te stesso. Capito? Come. Qui le parole assumono importanza vitale. C-O-M-E te stesso. Non più di te, non meno. Come. E dentro a questa frase c’è secondo me l’illuminazione maxima che potrebbe davvero farci svoltare una volta e per sempre. Vuol dire che per amare un altra persona devi amare te. Grassie, che pare facile detta così. Perchè, amica mia parlo a te ma anche a me, ci siamo sempre amate poco, e quindi anche gli altri, forse, hanno pensato che “quel poco” per noi fosse sufficiente, che ci bastasse, che bastasse ai nostri ego feriti, che bastasse per giustificare i pianti, che bastasse per credere alle bugie. Noi gliel’abbiamo fatto credere. Di essere stupide, di essere ingenue, di essere sbagliate. Ci siamo sentite a lungo così e abbiamo convinto anche loro.

Fuck. Siamo stupende. E ce lo dobbiamo ficcare in testa una volta per tutte. Con le nostre crisi isteriche, col nostro cuore gonfio e incontinente, con le nostre parole sempre troppo grandi, esagerate, con le nostre botte da mignotta da ormoni, gli outfit sempre sbagliati, la cellulite, le rughe, i peli superflui. Con le pile di libri da leggere e il poco tempo per farlo, con i film sempre iniziati e mai finiti, con la nostra curiosità, con la voglia che abbiamo, di prenderci tutto, il meglio e il peggio. Ci dobbiamo amare così. Tremendamente e stupendamente imperfette. Dobbiamo coltivare l’amore per noi stesse come quello per gli altri, curarlo, proteggerlo. Loro lo sanno. Lo sanno benissimo che quando ci amiamo, quei rari momenti, siamo invincibili.

A volte ritornano.

Ebbene. Mancare di ispirazione è un problema comune per chi scrive, o almeno per chi ci prova in maniera semiseria. E’ che a me piace scrivere quando c’ho davvero qualcosa da dire. E in questo periodo di latitanza avevo davvero ben poco da dire. Mi sono ritirata a vita segreta, chiusa a riccio, nella confortevole prigione delle 4 mura di casa. Complice il caldo, la noia, l’improbabile palinsesto su RealTime si finisce a rotolarsi nel divano coltivando una sana ed egoistica disistima verso tutto quello che c’è fuori.

Il fatto è che nessuno mi smentisce. Più ti chiudi, più vieni escluso. L’affetto che ti conquisti tanto a fatica svanisce alla velocità di un bau appena ti togli dalla piazza. Finalmente capisco le crisi d’astinenza da copertina patinata di cantantine e attricette. E’ che la gente si dimentica. Finchè ci sei ci sei, poi smetti di esistere. Siamo miriadi di solitudini che non fanno che rincorrersi alla ricerca di attenzione. Lucciole microscopiche destinate alla morte tramite asfissia da vasetto di bambino curioso. E’ che di amici veri ce ne son pochi. Davvero pochi. Di quelli che gioiscono per le cose belle che ti capitano, il resto si limita a paresi facciali di circostanza, a frasi educate e fin troppo zuccherose per essere vere. E si dimenticano in fretta di te. Troppo in fretta per pensare siano veri gli impegni, la mancanza di tempo. Si dimenticano e basta perchè infondo è giusto così.

Infondo quando uno se ne va sull’eremo di un monte lo fa per togliere. Ridurre all’essenziale. Ricominciare dallo stato primitivo. Tornare mammifero nel vero senso della parola, pensare solo alla carne, ai bisogni primari ed essenziali. Ho bisogno di questo. Togliere, via tutto il superfluo. Togliere la circostanza, i sorrisi forzati, le amicizie tossiche e quelle indifferenti. Togliere il cibo spazzatura, lo stress, l’ansia da prestazione, gli zuccheri in eccesso. Togliere le scarpe e stare a piedi nudi. Girare in maxi t-shirt senza mutande per casa. Togliere l’esigenza di pettinarsi, chiome anarchiche autogestite. Togliere il ritmo del tempo, far divenatre il giorno notte e la notte giorno, dormire 3 ore a botta, a caso, e sentirsi stanchi la mattina e freschissimi la notte. Togliersi di dosso la convenzione autoimposta che ti dice cosa fare, quando farlo e perchè. Fare le cose con la pancia nel senso più carnale e mammifero possibile. Riduzione ai minimi termini dell’homo sapiens. Fortunatamente tutta questa evoluzione può anche essere ripercorsa al contrario. Ora quindi tolgo il superfluo. Come dice saggiamente la Mazzantini, infondo “..chi ti ama c’è sempre, c’è prima di te, prima di conoscerti”. Solo ora capisco il senso vero di questa frase.

Ora sto a sentire solo la mia pancia, vediamo che succede.

 

Ritrovarsi in un vasetto di nutella.

Vanno tutti in India a cercar se stessi. Boh.

 

Sarà che io sono abituata a perder le cose ovunque, ma mica dopo le cerco così lontano. Cioè, parto prima dal cassetto delle mutande, dal comodino, ripercorro la strada che ho fatto. Una volta ho perso un cappuccino in ufficio e non l’ho mai più ritrovato. True and sad story. Ma mica cerco lontano, ecco. Mi guardo intorno, cerco di ricordare dove son stata, che cosa ho fatto. Che prima di tutto, poi, se ti cerchi, vuol dire che da quanche parte ti sei pure perso. Torna indietro, gira sta cazzo di testa e guardati attorno e sotto i piedi, lì dove sei, amico mio disperato, perchè se perdi le cose è perchè sei pigro, o sbadato, o entrambe le cose come nel mio caso. Il fatto è che secondo me non è che vai in India a cercare qualcosa che hai perso. Tu cerchi qualcosa che non hai mai avuto, e che non avrai mai nella vita, se non un’illusione transitoria tanto da manieristi, che fa figo avere le turbe psicologiche e fa altrettanto figo andare là e bon. Fine delle trasmissioni. Di nuovo, come sempre, il cliché è servito. La tua India la puoi trovare anche qui, che la spiritualità non è che va a zone come i listini UPS.

 

Sarà anche che io sono un tantino cinica, e quando mi trovo davanti al mio amico disperato di turno vorrei subbissarlo di domande. Per esempio, perchè non vai a cercarti in Groenlandia? Questioni di clima? Perchè l’inglese lo vai ad imparare in viaggio studio a Melbourne che fa tanto international? Guarda che se vai a Sottomarina il 15 di agosto trovi tanti più ghanesi o somali che parlano l’inglese correttamente più che in Australia, se ti và di culo e sei gentile ci scappa pure che ti regalino una collanina. No, ti dicono, “ma è un esperienza”. Anche farsi sbranare da una muta di lupi è un esperienza. Prova, anvedi che qualcosa ti insegna di sicuro. Dimmi, dimmi cosa cerchi, benedetto mio amico disperato, dimmelo che lo voglio sapere porco mondo, che magari è anni che io cerco il push-up perfetto che ogni donna dovrebbe avere, e invece cercavo nel posto sbagliato e la cosa sbagliata! Secoli a pensare che un vaffanculo fosse la sublime e definitiva risposta a quasi tutti i problemi esistenziali, e mi sbagliavo! Chissà se in India esiste il vaffanculo, come concetto di vita, dico.

Perchè bisogna complicare tutto? Bisogna sempre sempre farla grossa. Che vi costa fatica dire “vado in India per vedere come si sta dall’altra parte del mondo che muoiono di fame, così torno stronzo come prima ma un pelo più consapevole di quello che ho?”. E’ tanto sbagliato ammettere che noi donne ci ritroviamo più facilmente in un centro commerciale? Lì di sicuro, se non ritroviamo noi stesse e quel barlume di calma zen che se ne vola via ciclicamente ad ogni ovulazione, troveremo se non altro un surrogato che chieterà la bestia per qualche giorno. Tanto dai, ammettetelo, donnine, glamour, hippie o nerd non importa, ogni giramento di balle si porta dietro una scimmia da acquisto compulsivo. Vestiti, tacchi, libri, dvd. E’ fisiologico. Inutile parlare di meditazione, chackra scombinati e aromaterapia. Cazzate. No? Giustificatemi la nutella porcoboia. Perchè io nel fondo di un vasetto di nutella mi ci sono ritrovata più e più volte.

 

Io vorrei tanto chiedergliele tutte queste cose, al mio amico disperato ricercatore del suo ego smarrito. Poi lo guardo, avvolto nel suo alone di mistero come un bovino al pascolo, e decido in buona grazia di lasciar perdere. Infondo la felicità più grande è essere convinti delle proprie illusioni. Che tanto se vai a cercare il tuo cervello in India, caro mio, mi sa tanto che torni a mani vuote. Almeno portaci le collanine, please.

 

 

 

 

Massì, ci vediamo a casa.

Si chiama Platone. Io lo chiamo anche Granfacciadiculo, per via dell’espressione che ricorda vagamente un impiegato delle poste, di quelli pigri e malmostosi proprio.

L’ho trovato in un canile, o meglio, il destino mi ha portato in quel canile quel giorno lì, e lui ha fatto tutto il resto. Lo ricordo bene io, quel giorno lì. Nevicava. Un giorno con la neve di quelli in cui il cielo sembra volerti dire qualcosa di epico e grandioso, e tu te ne stai col naso in sù con l’aria di chi comunque nella vita non c’ha mai capito un cazzo, figuriamoci i segnali epici e grandiosi che ti vorrebbe mandare il cielo. E aspetti un segno del destino, tipo. Ecco, io quella sensazione lì di aspettare i segni del destino ce l’ho spesso, è tipo quando sei al bancone del salumiere col tuo bel numerino sgualcito tra le mani, e aspetti il tuo turno. Ecco, io quella sensazione lì ce l’ho spesso, nella vita. Ma poche volte poi il mio turno è arrivato davvero. Quel giorno lì però è successo. Mi è arrivato diritto nei denti ed stato netto, improvviso, bellissimo. Un lampo che ti lascia in bocca un gusto fastidioso e dolciastro per giorni, che lo sai che in quel momento lì, in cui il destino ha fatto un giro di ruota perfetto e si è compiuto, ti ha fottuto. Perchè in quei lampi di supernova, fondamentalmente, nel bene e nel male, tu non hai nessunissima via di fuga.

Ricordo di aver pensato “Mi hai scelta, stronzetto”.  Si chiama Platone ora, ma loro lo chiamavano Toffee. Puzzava come una carogna, ed aveva tanto sporco addosso, sul pelo, le zampe ricoperte di fango. Forse era il più brutto tra tutti loro, che quel giorno chiedevano una briciola di me. Tutti, tranne lui, lo stronzo. Perchè secondo me lui già lo sapeva che non era in quel casale dimenticato da dio che mi avrebbe fatto le feste. Lui lo sapeva che avevamo altri spazi, altri tempi per noi. Lui lo sapeva, io no. E mi ha guardata. E’ un cane, lo so, i cani non “guardano”. Ma, oh…io sono sicura che lui in quel momento mi ha guardata. E mi ha portata via da lì, da quel canile, dal fango, dalla neve che scendeva, dal freddo. Lui mi ha guardata. Un lampo. Fottuta. Mi ha guardata e nel suo sguardo c’era uno strano modo di dirmi “gioca pure, ci vediamo a casa”. Come un amante fedele. Come un vecchio amico. Come le coperte sul divano dopo una serata disperata.

Massì, stronzetto, ci vediamo a casa.

 

 

Il Mestiere Stronzo

Ascolto gli Offlaga Disco Pax e penso al Mestiere Stronzo.

Riflessioni del mercoledì pomeriggio non troppo edificanti che mi portano a pensare che, nonostante secoli di evoluzione antropologica e l’avvento di new media e social network, il mondo resta suddiviso a caste, anzi a squadre che di diverso han solo il colore della maglietta. No, non parlo di politica, troppo complesso per il mio cervellino scolastico e nostalgicamente adolescenziale. Parlo di una cosa che mi tocca di subire da vicino, la macrodivisione più abominevole con cui un grafico deve mettersi a confronto: bancari vs. artisti.

Chiameremo bancario l’umanoide che svolge attività in campo non prettamente finanziario od economico, ma più in generale di gestione di carte ammassate su scrivanie, numeri, tabelle, cravatte o divise grigie, laddove il mondo della creatività è tanto lontano quanto considerato inutile e dispendioso a livello di energie proprie e collettive. Rigore morale tendente al rigor mortis. Chiameremo artisti invece coloro che trattano qualsivoglia attività legata al mondo della creazione artistica. Pittore, musicista, scultore, scrittore, graffitaro, meglio se palesemente comunista, animalista, naturista e vegetariano. Amante del libero pensiero, del libero fare, del libero libero, del liberi tutti, tana e ciao merlo.

Inutile dire come queste due categorie schifino vicendevolmente l’altrui way of life e cerchino all’esasperazione di asssomigliare sempre più allo stereotipo autoprodotto, tanto per non dare al prossimo l’utopia di sbagliarsi.

Ecco. Noi grafici stiamo lì, nel mezzo. L’animo preciso del banchiere, ma lavoriamo con l’arte. L’aspirazione al bello ma con chilate di sovrastrutture mentali, schemi, linee guida. Per noi i colori sono numeri. E le immagini sono griglie. E i testi sono forme, e le forme sono ancora numeri. Siamo nel mezzo, noi soli che capiamo perfettamente perchè Ponzio Pilato quel giorno maledetto se ne sia lavato le mani. Decidiamo di farlo anche noi ogni volta che sentiamo le fatidiche frasi “ma a me non serve un’immagine, faccio cose serie io”, “a me piace così, l’ha fatto un mio amico, sai…è un artista…”, “il sito? non so neanche che cazzo mi possa servire, non mi interessa come viene!”, “stampalo così, il fotografo è uno bravo, ha detto che così va bene…”, “no ma per il testo usa pure una cosa semplice, un Times, tanto è solo testo, non serve che sia bello…”…potrei continuare per ore, di cazzate ne ho accumulate talmente tante nelle orecchie che ci farei notte.

Campi elisi di teste spianate con un bulldozzer che si visualizzano nelle nostre fervide fantasie, mentre chiniamo la testa, e appunto, ce ne laviamo le mani. Dall’ignoranza del tecnico che pensa che il sapere, che la matematica, che la qualità o la precisione non abbia bisogno di presentazione alcuna, di colore, di forma alternativa. E snobba il nostro lavoro di creativi perchè inutile. E dall’arroganza degli artisti che si arroccano nell’inviolabilità del frutto del loro lavoro, che sarà bello in ogni caso. Se funziona perchè eehhh beh…. e se non funziona perchè “non tutti possono capire…l’arte mica è roba per il popolino”. E snobba il nostro lavoro di tecnici, di esperti della costruzione visiva, di cesellatori che trasformano idee anche brillanti in messaggi efficaci e capillari.

Tutti hanno bisogno di un grafico, è che non lo sanno. Tutti hanno bisogno di un grafico è che hanno un nipote, un amico, o un computer con Photoshop. Il lavoro di grafico bravo per la migliore delle ipotesi quando c’è non si vede. Quando un lavoro è bello, armonioso, quando il mesaggio è forte ed efficace, l’attenzione e il merito spettano al prodotto. Alla minima nota stonata, al primo errore di stampa la colpa è del grafico, che sia esistito o meno all’interno del processo produttivo. Banchieri e artisti passano le loro esistenze ad odiarsi. Perchè non si capiscono. O perchè entrambe hanno ottime motivazioni per lamentarsi sempre. Noi lavoriamo nell’ombra. Diamo voce alle robe degli altri. E per par-condicio portiamo in culo tutti e non ci lamentiamo mai. O quasi.

Solo pagine a destra.

Trasloco finito. Cioè non ancora, diciamo che un buon 80% di roba si è spostata. Mobili, vestiti, scarpe, ricordi. Per quello che si può si è grattato via dai muri ogni immagine possibile, rivivendola all’ossesso per tenerla nel cuore, nella testa. E’ che i contorni fanno la differenza. Penso a quante volte, per esempio, mentre litigavo osservavo quella crepa insignificante sul muro, oppure guardo quella macchia sul legno del tavolo e penso a quando ho bruciato il primo pranzo che ho cucinato da single, e ho deciso che sarei diventata la regina incontrastata dei surgelati. Take it easy. C’è posto per i ricordi ovunque andiamo, quello che spaventa è non avere più il rassicurante contorno della realtà che ce li fa tenere vividi in testa. Tocca di ricordarceli da soli. Tocca di sforzare la testa, con la paura che ogni volta i ricordi son sempre meno chiari e prima o poi finisci col dimenticarti il solenne giuramento fatto sul bustone frigido dei 4saltinpadella correndo il rischio di riprovare a cucinare davvero.

I posti nuovi, poi, per quanti li puoi amare, per quanto ti possano piacere, sono sempre pagine bianche. E per una compulsiva come me che per la lista della spesa butta in media 20 post-it al colpo perchè scritti male è una situazione davvero poco comoda avere dello spazio da cominciare. Ecco. Io sono brava ad andare in marcia. Ma gli inizi non sono mica il mio forte. Dò sempre il peggio. Sbaglio. Non so mai come regolarmi negli “incominci”. Ho consumato fior fior di Moleskine cercando di iniziare Il Diario Perfetto”, strappando metodicamente le prime pagine. Dalle seconde o terze c’ho mica problemi, eh….ma le prime è un disastro. Vuoi che sia perchè fondamentalmente mica mi fido molto di me. Anzi, mi fido tantissimissimo proprio della mia innata capacità di sbagliare subito, il mio è un piede sbagliato a priori con cui alla fine mi son abituata a partire. Se non altro chi mi capita a tiro non può dire che io illuda le persone. “Piacere, sono una persona di merda, sono una grassoccia ansiotico-compulsiva-aggressiva bulletta di periferia con tendenze arteriosclerotiche da pesce rosso, se poi miglioro faccio pure la bella figura ma credimi, è un caso.” Forse dovrei farmici un biglietto da visita. Così, uguale. Che tanto poi a parlare di psicologia, politica, Freud, Bukowski e della Valduga ci finisco veramente con poche persone. A tutti gli altri basta catalogarti con 2 o 3 etichette e posizionarti ununo dei loro scaffali mentali. Almeno risparmierei del bel tempo a loro e a me, e forse di ste etichette potrei scegliermi anche la grafica che preferisco.

Comunque, lasciatemelo dire, il mio sogno più prezioso è una Moleskine già iniziata e solo con pagine a destra. Ecco.

Cose che trovo.

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Ecco. Ci risiamo. Scatole, carta di giornale, cose da buttare/cose da tenere, riorganizzazione spazio, chiedi furgone a qualcuno, odore di pittura, non trovo più un cazzo. Equilibrio instabile tra casino, rinnovamenti e sonore imprecazioni su’ddio con annesse varianti ecclesiastico/religiose. Che se devi augurare le cose brutte brutte al tuo peggior nemico auguragli pure e semplicemente un trasloco.

Son più le cose che ho ritrovato però, se ci penso, che quelle che ho perso. Che se lasci un posto per un altro, di cose ne hai già perse parecchie. Spazio, tempo, voglia, solitudine. Ad ogni trasloco parto dai libri, dovrò capire prima o poi perchè, ed è la cosa in cui impego più tempo. Hanno scandito il cambiamento, ad ogni spostamento li ho presi tra le mani, uno per uno, risfogliati, accarezzati, annusati, e infine riposti nelle scatole insieme a tutti i ricordi che solo un libro si può portare appresso. Ogni copertina un nome, un volto, una data, un pensiero, un sogno infranto, un desiderio nascosto. Un momento sfuggito, un altro gustato, una lacrima, un sorriso, una sensazione leggera leggera. Solo la carta, le pagine stampate, hanno la possibilità di assorbire così tanto, e di ridartelo ogni volta che vuoi, ogni volta che senti il bisogno o semplicemente che trovi l’occasione.

Con le persone non è così, le persone hanno i loro mondi, i loro universi. I libri hanno i tuoi, vivono delle tue fantasie…per questo ho più libri che amici.

Prendila bassa.

Tutto sommato quest’anno la pasqua ci è passata liscia liscia come un bicchierino di olio di ricino, giusto giusto quello di cui avremmo tutti bisogno per ripulirci fegato e balle. Boh, metti sia per l’immensa gioia di aver spezzato la maledizione del “regalo di merda nell’uovo” trovando un grazioso braccialetto in gommaccia siliconica colore rosa fluo con brillantino (roba da ritenersi baciati dalla dea bendata), però ecco…quest’anno ho davvero avuto l’impressione che tutto fosse migliore di come era un anno o anche un mese fa.

Una sensazione di benessere misto chissenefrega, piacevolmente sospesa tra bucoliche abbuffate e pisolini pomeridiani prolungati ben oltre le classiche due ore sindacali. Non è mica da me questa roba qui. Cheppoi in realtà va tutto sanamente demmerda come al solito, as you know. Però boh. Uno a volte c’ha anche il diritto sacrosanto di ridere. Ecco si, in queste feste qui son stata prorpio bene, ho riso di gusto. Sarà per gli amici, quelli intimi, con cui condividi i pettegolezzi del post-pranzo familiare, sarà per gli altri, quelli che vedi meno spesso però sai che gli vuoi bene, e ti ci spacchi volentieri insieme, perchè anche se li vedi poco c’è sempre quella cosa lì, la confidenza, come se in realtà non li hai mai persi di vista. E poi ci sono quelli che mancano. Che mancano le feste, mancano i compleanni, mancano ai tuoi eventi importanti. E ogni anno, ad ogni botta, beh…fa sempre un pò meno male. E quasi quasi quest’anno non li ho nemmeno sfanculati augurandogli attacchi di emorroidi a grappolo. Mi son sentita buona, ecco.

Non sono religiosa, meglio, non sono praticante. Ma in questi giorni sono risorta con tacco 12 e rossetto rosso. Son risorta con dei pezzi di Battiato. Son risorta misticamente mentre smadonnavo in fila all’esselunga tra gli odori di ascelle pezzate che mi arrivano al naso come pugni ben asestati di quelli che ti stendono. Son risorta con il freddo e con l’acqua che veniva giù manco fosse dicembre. Son state feste un pò alla  “ciao mamma guarda come mi diverto…”, dove son riuscita a stare in media con la mia imbecillità quotidiana dei giorni buoni, l’imbecillità del cuore insomma. Sarà che tra due settimane ne faccio 29 ed è anche un pò ora che sia buonina. Per me dico, sennò ai trenta mica c’arrivo a forza di digrignare i denti. Chettanto è come stare a lottare con l’ignoto, che più lotti più c’hai da lottà. E le cose intanto girano e cambiano e rischi che c’hai solo perso del tempo senza goderti nemmeno il contorno, il panorama che ti frulla attorno insomma, durante tutto quel lottare. Le cose succedono a prescindere, belle o brutte. Specie con le brutte però, le possibilità infondo sono solo due. O si risolvono, o non si risolvono. In entrambe i casi però quello che ci puoi fare tu, in prima persone, non è che sia tanto influente. Tantovale prenderla bassa, sedersi e star chieti, che da chieti è più facile che la soluzione ti venga in testa dassè. Tanto ammè, voglio dire, di prenderla bassa dovrebbe pure venirmi facile. Che da sto metro e cinquanta chevvuoimai che faccio.