Stai forte, piccino.

Devi essere forte piccino.

Lo so io e lo sai te, che le parole che avevi scritto non erano per lui. Erano per te. Erano, e sono, per chi rimane.

E me lo dici così, che si è spento. Senza preamboli, senza aggiunte. “Papà si è spento lunedì”. Come una candela piano piano consumata, che cola la sua cera come lacrime. E poi rimane un flebile filo di fumo. La cera raffredda. Resta il silenzio, restano i ricordi. Resta che la rabbia va sputata via dalla bocca, tolta dal cuore come brutte spine di una splendida black baccarat. Piango di riflesso, perché nonostante tutto questo schifo vedo dietro le nuvole l’uomo che sarai. Soprattutto onesto. Uno che davanti alla morte sa dire “è stato meglio così”. Ci vuole del fegato per pensarlo davvero.

O forse ci vuole di prendere un quaderno e mettere tutto lì dentro. Questo è il modo, il tuo, il mio. Avevo un blocco. Non riuscivo più a scrivere, ma se è vero che scrivere è un urgenza, ora ho necessità di comunicare con te nella forma che più ti si addice. Tu che leggi sempre, tu che scrivi, che vivi di forma, di onestà. Te lo devo, te lo devo questo sforzo, te la devo questa urgenza.

Io non lo conoscevo. Però conosco te. E se è vero che la mela non cade lontano dall’albero tutto mi suggerisce fosse qualcosa di speciale, una di quelle persone che il segno lo lasciano, solco sulla terra, varco nel cielo, senza tante parole. Uno di quelli che tira avanti il peso col sorriso di chi sa che tanto la vita vince sempre, ma non si arrende a dargliela vinta. Uno di quelli che ha capito che perdere col sorriso infondo non è mica perdere.

Eppoi mi conosci. Sono banale. Ti dico che ti voglio bene. Stai forte.