L’astronauta e la Luna.

L’astronauta. Parte prima.

Sono un bambino. E il mio sogno è di andare sulla luna. La maestra dice che se voglio posso fare quello che mi pare da grande e quindi io ho deciso che farò l’astronauta spaziale americano e andrò sulla luna. Mamma invece, quando gliel’ho detto mi ha detto di non crederci troppo, che se anche papà avesse fatto quello che sognava ora non starebbe a vendere il pesce al mercato del porto ogni mattina. Ma io credo che il mio papà non è andato a scuola e quindi nessuna maestra gliel’ha detto che poteva fare quello che voleva. A me la maestra l’ha detto quindi devo studiare la matematica, le scienze, gli aerei spaziali, le stelle e quelle robe lì e poi devo mangiare veramente tanto perchè gli astronauti dei film sono tutti molto grandi e io non lo so se mangiando sempre il pesce che il papà porta dal mercato posso diventare forte. Mamma dice che non sopporta più quella puzza di marcio e papà allora grida e si arrabbia perchè le dice che è una ingrata. A me il pesce piace anche se è sempre uguale tutti i giorni ma poi penso che anche Braccio di Ferro mangiava sempre spinaci e mica l’ho mai visto lamentarsi. Io voglio solo crescere veloce veloce e andare in America alla scuola degli astronauti spaziali e poi andare sulla luna perchè così divento ricco e posso comprare a papà dei vestiti profumati e alla mamma delle bistecche così non li sento più litigare per la puzza di pesce. Quindi devo solo studiare la matematica e le scienze e le cose spaziali. Infondo non è difficile.

Luna. Parte prima.

Un giorno chiederò seriamente a mia madre perchè mai mi abbia dato un nome così. Il nome di un satellite. Luna. La odio. Mia madre, non la luna. La luna invece non la odio, mi piace…è in alto, fredda e pallida un po’ come me, come la mia pelle. Come i pianeti rotondi che mi stanno crescendo addosso e a cui tutti dedicano tanta attenzione. Mi fanno schifo. Mi fanno schifo e vorrei essere leggera come una farfalla. Le farfalle volano fino alla luna? Secondo me no, però se diventerò leggera leggera, senza mangiare né bere, un giorno mi lascerò andare dal parapetto dell’ultimo piano e il mio corpo sarà così leggero che invece di cadere nel vuoto spiccherà il volo.

 L’astronauta. Parte seconda.

Luna abita al terzo piano. Ha tre anni più di me che ne ho 17 e già ha finito le superiori. Tra due anni dovrò cambiare scuola e forse non la vedrò più ma non credo lei se ne accorgerà. E’ così bella, e magra, pallida e fragile, ho paura di parlare con lei perchè non so cosa dire. Lei ha i capelli rossi, lunghi, raccolti sempre in una treccia morbida, e profuma tantissimo di vaniglia anche quando passa veloce sul pianerottolo per salire e il suo profumo si mescola col disinfettante con cui la donna delle pulizie lava le scale. Ha tanti amici, tanti ragazzi più grandi che la corteggiano e io la vedo solo passare dal pianerottolo per salire e ogni volta non so con che scusa poterla fermare. Lei corre, corre sempre e io non so davvero cosa potrebbe farla fermare e mi godo solo l’odore della vaniglia mischiato ad ammoniaca che, a differenza sua, resta sempre un po’ più a lungo. Devo trovare almeno una cosa intelligente da dire per farla fermare insieme a quel profumo suo così buono. Devo trovare almeno una cosa che sia diversa da tutto quello che le avranno detto tutti quei ragazzi che la aspettano sotto al palazzo coi motorini e che sanno l’odore dei grandi, degli uomini, del dopobarba mentre io devo non avere un odore perchè quando sto sul pianerottolo, fuori la porta di casa a far finta di leggere lei non si accorge nemmeno di me. Tra due anni inizierò l’accademia aeronautica, forse non la vedrò più, ma forse un giorno andrò sulla luna, quella vera, e allora sì che avrò qualcosa di unico da raccontare, e lei si fermerà a guardarmi coi suoi occhi verdi e storti e nessuno potrà portamela via almeno in quel momento perchè nessuno di quei ragazzi col motorino andrà mai sulla luna. Andranno in galera, o a lavorare al mercato del pesce, o al cimitero, come tutta questa gente che mi circonda.

Luna. Parte seconda.

Oggi ho sbattuto la porta sul muso di quello sfigato del piano di sotto. Uno talmente con la faccia nei libri da non vedere nemmeno chi passa e cosa gli sta arrivando addosso. A volte mi fa pena, cazzo. A 18 anni dovrebbe uscire, divertirsi. Io a scuola mi ci sono barcamenata perché era necessario, nulla di più. Studiare non serve a un cazzo. Se sei ricco, non ti serve perché sarai comunque sistemato. Se sei povero tantomeno, l’odore di povertà di questo quartiere di pezzenti non te lo togli neanche se corri più veloce di Pantani. Ma io ho la mia medicina. Io ho la mia polvere bianca. La polvere di Luna. Quei poveri di merda non sanno cosa significa stare con gente che usa questa roba. In quartiere la chiamano col mio nome perché, beh… per averla ho dovuto fare qualche “piacere” a qualcuno. Poco male. Meglio farsi scopare da ricchi imprenditori che da pezzenti sfigati con l’odore del borgo addosso. Chissenefrega del resto. Chissenefrega e basta. Una chance me la devo, hai visto mai che uno di questi vecchi papponi davvero me lo trova un posto decente dove andare. Dovrebbero ringraziarmi, sono bella, sono giovane e disponibile. E loro sono cagnolini grati che vendono l’anima per un pompino.

 L’astronauta. Parte terza.

Chissà perché mia madre pensa sempre che io in Accademia possa fare un po’ come mi pare. Invece quello adoro è proprio il rituale del tempo scandito da regole. Ogni cosa minimamente programmata e scandita da suoni regolari di campanelli metallici. Qui è ordine, pulizia, precisione. Per questo mi stupisce la sua chiamata alle 9:13 di un mercoledì mattina del tutto a caso. Non è il momento, dai. La richiamo dopo pranzo, amo aspettare e sono convinto non abbia niente di interessante da dire, le nostre conversazioni non brillano solitamente di epifanie. Anche stavolta attacca col walzer di domande retoriche a cui rispondo praticamente in random.

Poi una frase curiosa. “Luna è morta… te la ricordi, quella malanima del terzo piano, c’aveva più o meno la tua età. Che pecàto. (Silenzio. Tre… Due… Uno…) … ma tè vuoi andare al funerale?”.

Mi dice che l’hanno trovata su una panchina con l’ago ancora di traverso. Mi dice, dicono, che fosse passata all’eroina perché quei quattro imprenditori papponi a cui si vendeva come un cane avevano trovato carne più fresca e meno sfatta. E la polvere bianca costa. Me la ricordavo vagamente hippie, me la ricordavo bellissima, ma non me la ricordavo stupida. Probabilmente non l’ho conosciuta mai. E decido quindi di non andare, la ronda della pietà e del pettegolezzo me la voglio evitare. Leggerò di te in un trafiletto di qualche stupido giornale locale che scriverà qualche giornalista a caso, che non ha idea di che buon profumo lasciavi sulle scale quando passavi. Luna, la tua vita spezzata diventerà il fondo di una gabbia di uccelli, incarto del pesce del porto, brucerà veloce su di un camino, o alla meno peggio andrà tra la spazzatura del condominio che tanto odiavi e che ti ha incatenata. Io, comunque, sappi che ricorderò solo l’odore di vaniglia e ammoniaca. Nonostante la mia tendenza alla perfezione formale, quel miscuglio totalmente sbagliato, smelenso e pungente rimarrà sempre tra i “miei” profumi, quelli che porto nel cuore, quelli che urlano casa, amore, leggerezza, poesia.