Valigia ad una piazza.

cuoresulvetro

Da basso vedi meglio. Inginocchiata, rannicchiata a proteggere quel poco di orgoglio che ti rimane tra le braccia livide e le lacrime. Ingoi la rabbia, ingoi la colpa, insieme al gusto ferroso del sangue che quasi rassicura. E’ una cosa reale. Una ferita si apre, il sangue scorre, poi si ferma, smetterà di sgorgare e la ferita si chiuderà. Mica come essere abbandonata, quello no, niente regole, niente tempi, niente anestetico o punti di sutura, guarigione random, zero controllo, no.

Infondo dare un volto all’orrore lo rende familiare, meno anacronistico mentre sorride mangiando alla tua tavola, mentre ti dice che ti ama, che no, lui no, non ti farebbe mai del male. Sai che fa compagnia. Sai che tornerà, è una triste consolazione ma il vuoto spaventa molto più che le mani. Ti fidi, gli credi. Ti alzi. Pulisci. Delimiti con le mani lo spazio del dolore, ti tocchi. Provi ad indovinare con che cosa dovrai coprire i segni, passi mentalmente in rassegna il guardaroba, abbini i colori, le lunghezze. Ripercorri i passi a ritroso nello spazio e nel tempo per capire se qualcosa è fuori posto, fuori luogo come la tua atomica leggerezza nel raccogliere il bicchiere, sistemare la sedia, strofinare le macchie scese dal naso che macchiano il pavimento in cotto antico. La tua faccia è strana, un misto di vergogna e di astrazione degli occhi, mentre voli a domande bizzarre, ti chiedi “ci sarà ancora gelato in frigo?” mentre frughi cercando i piselli surgelati che usi come anestetico su quel brutto livido. Pensi alla fortuna di portare gli occhiali. Pensi alla fortuna di avere dei bimbi un po’ irruenti, per giustificare le macchie della vergogna.

Ti senti quasi sollevata. Infondo è stata colpa tua, infondo tua madre dice sempre che hai un carattere di merda, che devi crescere, adattarti, adagiarti morbida su quel sofà di convenzioni che non ti sono mai piaciute. Quindi è un bene che qualcuno cerchi di farti capire che sbagli, costi quel che costi. Costino le botte, costi la costrizione a mentire alle persone più vicine.

Sei sbagliata, lo sei sempre stata dal momento in cui hai scoperto di essere mortale, da quando passavi giorni interi con il pensiero di poter morire e il contraccolpo degli attacchi di fame di vita che ti assalivano e bruciavano, bruciavano. A volte cercare di essere felici è un cazzo di problema. Perché tu non sai aspettare e sai che di tempo ne hai poco e modo ancora meno, e vorresti tutto, subito, a far numero per riempire il buco nero che senti e che si inghiotte tutto. Stai implodendo e nessuno se ne accorge. Credono tu abbia bisogno di aiuto, di parlare, ma no… hai bisogno solo di silenzio. Hai bisogno di solitudine. Hai bisogno di metabolizzare che la compassione della gente non ti ha salvata in passato e non ti salverà mai. Hai bisogno di ricostruire, mattone su mattone con la pazienza di un eremita, quel castello che era di sabbia e che sei stanca di vedere crollare. E hai bisogno di farlo da sola che troppe volte ti sei appoggiata ad una spalla che poi defilandosi ti ha fatta cadere di nuovo.

Ma puoi essere sempre tu l’errore nell’equazione? Puoi essere sempre tu il pezzo del puzzle che non si incastra? Quello che il gatto ha rosicchiato in anni di assoluta indifferenza da sotto il divano? Puoi essere sempre tu la crepa nella ceramica?

Calcoli la statistica, le possibilità numeriche, quante volte può sbagliare un uomo? No no, non in numero, la percentuale sul computo totale, una media matematica per capire e collimare fallo e goal. Non quadra, conti con le dita, scarabocchi a matita di numeri, parole, sogni andati e da buttare. Ma non quadra mai, ogni volta, e sempre. Di solito avresti strappato il foglio, cancellato furiosamente l’immagine mentale di quella equazione piena di tante e troppe parentesi e quel simbolo che ti deride, lui, quello che tende all’infinito. Fanculo.

Vedi che sei vuota. Sei una valigia. Le valigie vuote sono sempre sbagliate, ti dici. Forse questo, non quadrava. Sei stata una valigia ferma e vuota per troppo tempo, buttata in un angolo in attesa di essere usata per il viaggio della vita. Sei la valigia di te stessa. Ti raccogli, ti riempi con pochi vestiti, qualche ninnolo di bigiotteria ricordo di calde estati passate tra i mercatini, l’orgoglio rimasto, dentrificio e affetti personali, e decidi di andare via. Sai che è il viaggio la salvezza, andare via non significa sempre andare altrove ma anche così ci si salva. Sai che alla prossima stazione dovrai stare attenta a chi mette mano al meccanismo, a chi gioca alle tre carte in stazione, a chi ti svuota, ai ladri di sogni.

Ma almeno lo sai ed è già un buon inizio, ti auguri da sola buon viaggio, e vai.