Honey.

Un lampo nel cuore della notte.  Apro gli occhi, ti trovo, lì, il tuo sorriso bello come non mai e che importa ora di quanto io abbia aspettato mentre vagavi per il mondo e di come tu sia riuscito ad eludere la sorveglianza ed entrare. Eri lì, ai piedi del letto e mi guardavi. Ricordo di aver stropicciato gli occhi per mettere a fuoco, non capivo bene. Eri lì davvero? Così bianco, avresti potuto essere un ectoplasma, una visione, un ologramma della mia mente, o solo la ricostruzione di uno qualsiasi dei miei sogni.

Ma poi ricordo di aver sentito la tua voce scandire con precisione e lentezza quelle parole, “mi mancavano i tuoi piedi” e di colpo sono passata sopra alle attese, ai pianti soffocati, al vuoto che mi avevi regalato quando eri partito per chissà dove, senza promessa di ritorno. Mi avevi abbandonata con la facilità con cui si abbandona per strada una lattina vuota, consapevole di inquinare quel mondo che era solo nostro ma sicuro che altrettanto presto avrei trovato un nuovo amore, o un passatempo, o che semplicemente mi sarei stancata e ti avrei presto dimenticato.

E ci avevo provato, credimi, ma il tuo ricordo rimaneva ad impregnare i posti dove eri stato e dove avevamo camminato insieme, come pece collosa. Sentivo il tuo odore mischiato a quello del caffè scadente, in quel bar dove andavamo spesso, quello coi disegni dei coralli alle pareti, un dettaglio un po’ troppo vistoso per un bar di periferia sulla strada provinciale. Non so perché, comunque, tornassi lì. Ci si affeziona alle proprie malinconie al punto da preferirle a nuove avventure. Non che sperassi di trovartici, ma mi piaceva l’idea che tu mi avessi lasciato e io, invece, non avessi mai lasciato te. Mi sentivo l’ultimo degli eroi romantici, per chissà quale cazzo di gloria poi. Sono le principesse che vanno salvate.

Ma ora sei qui. E sono paralizzata, seduta in questo letto. Tu distante, e fuori piove. Sento l’odore dei tuoi vestiti bagnati e percepisco le gocce che cadono impregnando quel tappeto indiano che avevamo comprato insieme. Non ti era mai piaciuto e mi stupisco di avertici ritrovato, lì, quasi una penitenza, come sempre ti trovavi in un posto dove non avresti voluto stare. Vorrei spingerti un metro in là, dirti di stare sulla porta, o vicino alla finestra, di trovare un posto in cui sentirti a tuo agio e conoscendoti sarebbe stato vicino ad una qualsiasi uscita, ma sono immobile col corpo e i pensieri e fatico davvero a capire.

Vorrei chiederti perché, il perché di mille cose grandi ed inutili ma nella mia testa gira solo un tonfo ritornello stupido, mi ripeto “è tornato, è tornato, è tornato…” senza nemmeno considerare che magari per te non fosse un ritorno ma un passaggio, un momento, una vile necessità, una mancanza di alternative. Mi sento stupida, e felice, e piena, e anche vuota. Sono sempre bloccata, ma gli occhi roteano impazziti, ora il mio cervello elabora la quadra, i perimetri, le uscite, so esattamente dove sono le chiavi e mi immagino di balzare fuori dal letto per chiuderti ogni via di fuga, aspetto solo un minimo movimento. Sono egoista. Sono una vela tesa verso un mare in tempesta, pronta a rovesciare la barca.

Percepisci, e senza che io muova nemmeno un angolo della mia bocca, sussurri un prudente “panda, non voglio andarmene di nuovo”.

Forse non era amore, non lo è ora e non lo sarà mai, ma questo tuo appartenere alle mie viscere ci assomiglia parecchio.