Malacarne

La caverna era buia, infondo Caos l’aveva scelta proprio per questo. Il buio accuiva i suoi sensi, non vedendo annusava, udiva, i suoi polpastrelli di cane lupo tracciavano percorsi precisi. Era chirurgico, niente prigionieri. O morte, o vita.

Gli abitanti di quel buco di culo di paese inerpicato su rocce sterili sapevano della leggenda di Caos ma nessuno aveva avuto la voglia od il coraggio di scoprire quel velo di leggenda. Infondo la gente ama le storie di paura inventate per delimitare gli spazi, i confini.  Si diceva che Caos fosse senza cuore, freddo, immortale. Uccideva per nutrirsi, per il resto si limitava a tenere fede alla leggenda. Nessuno cercava, nessuno sapeva. Era speciale proprio perchè viveva dei suoi limiti e delle sue responsabilità. Aveva capito che sarebbe stato più eroico non fare del male e vivere nell’obra che prodigarsi ad usare la propria forza, la sua empatia di animale selvatico per fare del bene. Stava nel suo, insomma. Ma gli Dei, o chi per essi, giocano al  destino coi dadi, giusto per sovvertire gli ordini delle cose ogni tanto.

In un giorno di aprile e di pioggia leggera fecero nascere tra le urla di una vecchia puttana, sangue e placenta, una cosina minuscola. Non voluta, abbandonata ancora prima del taglio del cordone ombelicale, l’Accabadora era già presente insieme ad una vecchia nutrice. Vita e Morte. L’Accabadora doveva compiere il suo mestiere. Col volto già coperto di nero ed il martello pronto era in attesa del primo vagito, l’unico, prima di colpire alla nuca, come da tradizione. La bimba non pianse nemmeno dopo le sonore sculacciate e le urla della matre puttana che tra isteria e pianto gridava “….accabadu ‘sta malacarne!”.

La levatrice e le altre scure signore la chiamarono Bastarda. S’Accabadora la prende e ela avvolge in un telo nero come quello che le copre il viso, pronta al sacrosanto sacrificio di sangue di innocente per mantenere la comunione di una bottana. Esce di casa. Mai aveva dato mano alla morte ad un grumo di carne ed ossa così piccolo. Tentenna per la prima volta sul volere di Dio. Per questo non ci sarebbe stato perdono. Decide che mentire alle megere sarebbe stato un peccato minore. Di notte, al rumore dei sassi sordi si dirige alla famosa caverna di Caos. Se Dio esite, darà lui morte alla Bastarda. Pratica un battesimo improvvisato per garantire alla bastarda il paradiso. La battezza con il nome di Sibilla., stessa grotta, stesso infame destino. La poggia all’ingresso, e voltandosi dimentica l’atroce leggerezza con cui si appresta a camminare il più lontano possibile.

Caos non vede, ma nascosto annusa, intuisce, filtra gli odori e i rumori. Si avvicina a quello che sembra essere un acre odore latteo, umidità e un movimento impercettibile di carne e sangue fin troppo giovane, troppo facile da uccidere, come un cavallo di troia per chi vuole la addossare la colpa sul suo vecchio scheletro peloso. Avvicina muso al muso. Non sente reazione ma carne che si sta pian piano raffreddando. Decide di accucciarsi vicino. Vicino al cuore che lui non ha sente un battito veloce, e piano si addormenta. Infondo tutto è un piano incompleto. Sibilla, la senza voce, indifesa, la Bastarda. E Caos, il senza cuore.

Caos si sveglia, sentendo per la prima volta uan minuscola mano tendersi verso il suo muso caldo, la lecca, la scalda. Ciò che hanno chiamato e noi continueremo a chiamare amore non è che istinto atavico alla sopravvivenza, non importa come. A volte capita che un lupo trovi un cuore, e che un cuore trovi una casa. Se avessero potuto dirselo, non avrebbero di certo sprecato smelensi vomiti di parole. Caos avrebbe detto solo “Sii il mio cuore”. Sibilla avrebbe detto solo “proteggimi, prenditi cura di me”.