Lib(e)ro a metà.

1.

 

Le cinque di mattina. Le cinque di mattina e la testa piena di pensieri.

Stranamente familiare trovarsi in questo bilocale e non sentirmi più sola, non come mi sentivo con te. Casa mia, spazio mio. Vuoto che riempio con le mie caramelle emotive. Mi sento in colpa per quanto è stato facile lasciarti, lasciare quella casa in cui avevo investito tutto. Semplicemente, ho fatto click. Ho chiuso. Niente pause di riflessione, le ho sempre trovate stupide, per la stupida convinzione che, beh, in certi casi le sfumature non sono dettate dalla necessità di esistere, ma dall’esigenza di giustificare i nostri bianchi e neri. Sono anticamere. Spazi di preparazione per abituare il cuore, la testa, e forse anche il contorno di persone e abitudini che girano attorno alla struttura sepmlice di una coppia come tante. Invece per me no. Lo sai, l’hai sempre saputo che avevo una mente così veloce da rasentare la schizofrenia. Amo, odio, decido, cambio. Mi adatto alle circostanze e cerco di sopravvivere. Anche il modo in cui lotto, e ho lottato, per te, per i nostri desideri, aveva qualcosa di leggermente malato. Malato e morboso. Perchè ho lottato contro il mondo, fino allo spasmo, vino al vomito, e poi nulla. Poi, ho fatto click. Una tapparella, calata di colpo sui nostri anni, i migliori. I peggiori. Banale dire che sarebbe successo, banale dire che non ce lo aspettavamo. E’ strano come, in certi casi, non ci sia nulla di veramente straordinario in quello che uno può dire. E’ tutta una copia di cose già sentite, di persone che si sono lasciate prima di noi, amici, genitori, nei film o nei libri. Siamo l’eredità di miliardi di anime che si sono lasciate, nel mondo. E quindi si, banali. Anche noi coi nostri litigi, coi nostri silenzi terribili e lunghi. Eppure, mi dico, c’è stato un periodo, una fase, in cui mi sono persa completamente, in cui l’amore, il nostro amore, mi è sembrato così unico e speciale, così irripetibile, così straordinario, da credere che avrebbe sopravvissuto alle convenzioni, alla noia, al mutuo, al giardino da curare e alle cene coi parenti.

Cosi stupidamente convinta da volerlo anche insegnare agli altri, il nostro modo di amarci, di appartenerci. Credo sia stato, anzi, sicuramente, per come mi guardavi. Vedevi solo me, fisica, carnale, onnipotente e bellissima, vergine e puttana, ma solo me. Poi gli anni ti hanno insegnato, e rassegnato, a passarmi oltre. Il tuo sguardo mi ha scavalcata, è caduto al di là dei miei occhi, e si è perso nelle abitudini. Perchè sapevi che ero lì. Guardavi oltre perchè per te è sempre stato scontato che dovevo essere lì, in quel posto in cui mi hai messo, nel tuo spazio, amandomi in silenzio, senza gesti, senza parole, sicuro che mi sarebbe bastata la mia convinzione.

2.

 

Ti ho conosciuto una sera d’estate. Ti ho conosciuto quando il mio cuore non era pronto. Ma il destino ha i suoi tempi e le sue dannate regole e doveva accadere. Ho smesso da un pezzo di volermici opporre. Ero stata in vacanza, poco tempo prima, con una tua amica, per la precisione, una con cui scopavi. Lei però era innamorata, lei parlava solo di te, ti chiamava continuamente, durante questa vacanza, e tu non rispondevi, mai. E io ti ho odiato perchè rappresentavi lo stereotipo dell’uomo stronzo da cui mi ero debitamente tenuta alla larga, più per insofferenza che per paura. Ma il destino ha il suo bello schemino dove ci sono, incolonnate, tutte le casualità in cui dobbiamo inciampare per poi credere che abbia un senso. La casualità ha voluto che tu fossi in un posto dove non andavi mai, ha voluto che Tania, la mia amica, quella pesa, quella del cuore, ti conoscesse già. Il caso ha voluto che, quasi per caso, per scherzo mi dicesse che, “hei, sai che quello è lo stronzo che ti ha rovinato la vacanza?”, e così ci siamo presentati. Simpatico, ho pensato. Simpatico e stronzo. Non mi hai offerto da bere, sorridendo e scusandoti, perchè la ressa al bancone del bar era un ammasso di corpi incontrollati. Sorridendo, mi hai offerto di assaggiare quello che stavi bevendo tu, un avana-cola un po’ troppo carico. Un avana-cola da sabato sera. E poi niente, tu te ne sei andato con i tuoi amici, io nel letto di qualcuno che nemmeno ricordo. Ma ricordo che ero rimasta insoddisfatta. Non mi avevi chiesto il numero. E per una ragazza è irritante, anche nel caso in cui non ci interessi minimamente l’articolo. E’ una cazzo di questione di principio primordiale. Sei saltato fuori, poi. Quando non mi ricordavo. Quando il mio cervello aveva rimosso. Te, e il tuo cazzo di schifoso avana-cola. Bella fregatura. Te ne stai lì con le tue cose da fare belle ordinate, finché non ti cade in testa un sassolino, e chiedendoti da dove cazzo sia arrivato, sei lì che già ti costringi ad alzare la testa e a guardare il cielo. Ecco. Quel messaggio sul cellulare, è stato il mio sassolino sulla testa. Non ti pensavo. E poi ti ho pensato. Ho pensato che era carino che tu ti fossi ricordato di me, tanto da cercare il mio numero in giro. Mi sono sempre sottovalutata. Ho pensato sempre di non meritare grandi sforzi. Ma tant’è che sapere che ti eri un minimo sbattuto per venirmi a cercare mi ha fatta convincere che per un istante, la sera in cui ti sei presentato, avevamo avuto la stessa sensazione piacevole e interrotta. E’ stato facile poi incontrarci, hai anche capito subito come attirare la mia atenzione, un breve gioco di sfida, una provocazione, un classico per una come me, e poi ci siamo incontrati. Ed è stato fantastico perchè mi hai portata nella taverna che poi sarebbe diventata il nostro rifugio dal mondo. Già lì, subito. Niente preamboli, cene romantiche, o serate a contemplare panorami e sostenere conversazioni impostate. No, è stato tutto molto semplice. Avevi del vino, due bicchieri tipicamente da taverna, e poi basta, ecco, non avevi altro che il tuo sorriso, spalancato sulle migliaia di cose che mi stavi a raccontare, spalancato sulla curiosità di quello che raccontavo io. E quando uno ha quel sorriso lì, cosa succede se non di diventarne dipendente? Abbiamo semplicemente parlato, vomitandoci addosso un sacco di cose, e ci siamo baciati, tanto, a lungo, con passione, e poi con dolcezza, e con violenza. Poi il sesso, magnifico incontro tra due corpi feroci e affamati, che parlavano nella stessa lingua, ballavano allo stesso ritmo. Fantastico sempre, o almeno, finchè non ci siamo perduti.

Hai un’idea di quanto ci siamo amati in quei momenti? Dov’è ora quell’amore lì? L’ho perduto. E l’amore quando si perde, si perde per sempre. Puoi far finta di non averlo perso, puoi far finta che il vuoto che lascia quando lo perdi lo si possa riempire con altro, con l’affetto, con le tante cose che insieme ci si costruisce attorno. Ma la verità è che quando lo perdi, l’hai perso per sempre e il vuoto che lascia stagna lì col suo tanfo addosso, rendendo tutto molto triste e maleodorante finchè un’amore nuovo da ancora ossigeno, e aria e profumo.

C’è chi non lo capisce mai. C’è chi lo capisce, tardi o presto. E chi ci prova a riempirlo, come ho fatto io. Con la foga dei 27 che senti che ti stan passando sopra prendendosi il meglio di te, la freschezza, il seno sodo e la voglia di metterla in culo al mondo. Ti sta passando tutta questa roba qui come sabbia tra le dita e tu ti agiti e cerchi di fermare quei maledetti granelli e alla fine capisci che non puoi farci altro se non di guardare su che pavimento, o fiume, vanno a finire. Roba che passa, e mi chiedo per fare posto a cosa, ora. Non so nemmeno se ne ho voglia, ora.

A volte mi torna difficile pure ricordare. Ti ho guardato abituarti ai miei difetti e alla mia cellulite, come un bambino che si rassegna ad andare a scuola, svogliato. Ogni sguardo caduto su di me era uno sguardo perso. Ogni parola non detta aggiunta alla lista interminabile delle cose non dette. Quaderni, libri, enciclopedie di cose non dette ma conservate e catalogate solo ed unicamente per farmi del male. Sei solo un bambino svogliato, senza la sua ora della ricreazioni in cui liberare l’istinto infantile di giocare o correre o pestare qualcuno, semplicemente. Anche io, alla stessa maniera, abituata a pesanti ore di lezione, a ripetermi migliaia e migliaia di stupide formule sempre uguali, imparate, ripetute, occhi chiusi su enciclopedie di silenzi con la convinzione che, in un ipotetico giorno, un cazzo di senso ce l’avessero mai avuto. Va a capire come uno si pensi di essere pure intelligente. Invece è li che ti freghi, quando pensi che stando attento, impegnandoti, psicanalizzando ogni cosa tu possa evitare le tragedie casalinghe e il noiume, e invece sei cieco, e molto spesso solo.

 

3.

Odiarsi. Detersarsi. Cercare di rovinarsi la vita a vicenda, come fosse l’ultimo sforzo dovuto, con la rabbia, a chi un giorno ci ha promesso amore. Sai, io francamente non ci credo sia prorpio proprio odio. E’ solo che si diventa, poco alla volta, estranei.

Il contrario di conoscere è disconoscere. Che è sinonimo di allontanare. Strano. Ma neanche tanto. Io ti disconosco. E spendo le mie forze per allontanarti. E più cerco di farlo più lotto con la parte di me che ti ha conosciuto poco alla volta. E’ come aver imparato a scrivere, e volerselo scordare. E non è facile proprio per un cazzo. Tralasciando i motivi per cui una persona mediamente sana di testa decide improvvisamente di scordarsi di tutto, resta che comunque ho hai la gran botta di culo di perdere la memoria per uno shock improvviso, oppure tocca come a quasi tutti di convivere con la dualità della memoria. Vorrei avere una parte nel cervello per le cose buone, e uno, molto ben distante per quelle brutte. In questo modo sarebbe più semplice tutto, raggiungere la felicità, cambiare abitudini, odiare con impegno, abbandonare le persone lungo il percorso. E invece no. Tutto mescolato, tutto complicato. Beati cyborg del futuro, lascerò delle postille per loro, magari gli interessa sapere cosa ha mandato a puttane l’essere umano e ha fatto moltiplicare come blatte gli psicanalisti. Amare è un alfabeto, un codice ogni volta diverso. E quando capisci che era sbagliato, che nell’equazione hai tralasciato troppe parentesi, che non conoscevi bene le regole e non c’è una maestra a correggere quel cumulo di scarabocchi in cui hai ridotto la tua vita, te la prendi con te stesso. E il nostro, alfabeto, visto da fuori, faceva proprio acqua da ogni parte, anche se ancora non capisco tutti ‘sti buchi dove li abbiamo fatti. Ma come cazzo si fa, mi chiedo, a ritrovarsi estranei? Cosa mi sono persa? Dov’è la parte in cui dovevo stare attenta e non lo sono stata? E’ che non lo so. Sono stata e siamo stati troppo in silenzio senza parlare per poterlo sapere.

Il silenzio ha la capacità di espansione di un gas mortale. Non lo senti, e si propaga, finchè intossica tutto comprese persone e piante grasse e pareti di case, mentre te ne stai lì a boccheggiare cercando respiro, mentre non ti rendi conto che la tua condanna te la portavi scritta appresso dal giorno in cui hai deciso coscientemente di non rispondere, di non parlare. Ma il non parlare, è stata una scelta? Io do la colpa a te ovviamente, ma sono scelte sempre. Si sceglie sempre, anche quando si lascia andare, quando si lascia correre. Quando si fa finta di nulla, quando ci si rifugia in un silenzio. In quel momento si sceglie, e quasi sempre è un passo distante dalla persona che si ha vicino. Un passo lontano, poi un altro, si srotolano metri di silenzi e scelte sbagliate. E via così che ci si vede piccoli, in lontananza, lontano dalla bocca, dalle parole che ora, anche se urlate sono inascoltabili. Lontano dalle nostre orecchie.

 

4.

 

Io non ero così. Non mi ricordo perchè anche io mi sono lasciata intossicare dal silenzio.

In famiglia sono stata abituata, istruita al dialogo e anche al rumore. Al rumore nelle orecchie e nel cuore. Eravamo in cinque in famiglia, siamo ancora in cinque, mamma, papà, mio fratello, la nonna ed io. Più un numero, variabile negli anni, di animali domestici. La nostra tavola era sempre apparecchiata per cinque, si rideva in cinque, si discuteva in cinque. Mi ricordo con infinita dolcezza i momenti di caos confuso delle nostre voci che si mescolavano. E’ una cosa che ci si porta dentro con la santa presunzione che tutti dovrebbero sentirsi parte di qualcosa di così forte, anche quelli che non capiscono il perchè tu abbia così poca difficoltà nell’inserirti nelle conversazioni altrui, dove forse non sei nemmeno stato invitato a partecipare. Condividere pane e paturnie. Si, credo si possa riassumere così. Niente famiglia perfetta, con papà perfetto pieno di capelli e madre alta e bionda che sforna arrosti e figli perfetti. Vengo da una famiglia come ce ne sono tante. Piena di problemi, anzi, piena di rotture di coglioni. Però abbiamo sempre condiviso tutto, litigato, urlato, preso le misure, ci siamo scontrati, fatto branco, difesi, offesi, scannati, curati.

Se si può parlare di educazione all’amore io rivedo tutti questi frammenti talvolta dolorosi, talvolta sereni, allegri, come un’abituarsi all’amare, un allenamento a condividere il peso, e soprattutto un abituarsi pian piano, a piccoli step, all’idea che da soli si va davvero molto poco lontano, perchè si ha sempre bisogno di qualcuno con cui condividere un po’ di passi, che porti un po’ il tuo peso, anche solo per qualche metro. Se non altro ora sono più consapevole. Alla fine lo so che quello che volevo non era sbagliato. So che il mio desiderio, di famiglia, di dialogo, di condividere, non è stato solo una valutazione sbagliata. Ho valutato male te, ho valutato male soprattutto me. Pensavo l’amore bastasse. Pensavo che una volta deciso l’obiettivo, sarebbe stato facile trovare sempre motivazioni nuove, forza, spirito per andare avanti. Peccato che in quel gioco c’ero io. Che idiota, ed è ancora più stupido pensare che sempre io ho voluto decidere anche per te. Io ho voluto la mia felicità legata alla tua, dipendente dalla tua, e mi sono ritrovata con un pungo di mosche in mano. Nè io, né te, né la felicità. Non so bene cosa voglio ora, quindi, nel nulla più assoluto, l’unico punto fermo è che so però molto bene quello che non voglio più. Dopo aver passato anni a decidere cosa avere, cosa desiderare, come raggiungere quello che pensavo fosse l’obiettivo, ora mi soffermo sul percorso.

Mi soffermo a pensare alle cose che non mi rendono felice, anche le piccole cose. Al momento tendenzialmente esagero per sensibilità cognitiva, sono piuttosto intollerante ma credo sia un processo inevitabile. Dopo tanta insensibilità e dopo tanta indifferenza degluita a forza, ora per contrappasso voglio tutto l’amore che posso prendere, tutta l’attenzione che posso avere, tutto il sole che posso lo voglio sentire. Non so se il destino ha un senso logico. Ma so che mi serve. So che ora ha un senso essere egoista, ha un senso pretendere, dalle persone, dalla vita, pretendere attenzione, pretendere amore, affetto.

 

5.

Forse poteva essere diverso. Me lo sono chiesta un miliardo di volte. Forse invece doveva andare proprio come è andata, così. Che le cose sono solo quello che sono e non c’è giusto o sbagliato.

Forse si, potevamo amarci di più, parlarci di più. O, forse, poteva essere peggio. Potevi arrenderti alle mie richieste, potevamo avere un figlio. Potevo essere complice di un abominio come partorire una creatura per egoismo, e l’avrei sicuramente fatto data la mia disperazione e la mia solitudine.

Grazie. Grazie per non esserti arreso. Non so se da parte tua è stato un gesto di consapevolezza, o solo l’ennesima dimostrazione di quanto per te la famiglia fosse un dettaglio assolutamente irrilevante. Sta di fatto che però è stato lì che ho svoltato, quando ho capito che non avremmo mai avuto un figlio. Non che non lo avremmo desiderato magari. Ho capito che non l’avremmo mai avuto. Il destino, quando vuole, è tangibile come ogni cosa reale che un essere umano può toccare, mangiare, calciare e quindi nel momento in cui ho capito, era necessario decidere subito e per sempre. Quindi ho pensato fosse meglio così, divisi, che avere questa cosa crudele tra noi e stare insieme comunque. Ho scelto davvero, e per la prima volta forse ho scelto veramente me, ho scelto veramente quello che volevo essere in futuro. Non volevo essere come ero con te, con figli o senza. L’idea di come ero diventata insieme a te, di quanto avevo tralasciato i miei interessi, le mie passioni, assecondato le tue nevrosi, annullato il mio essere io mi ha molto spaventata.

Spaventata a morte.

6.

 

Mi piace restare a letto la mattina. Non lo sapevo, non lo sapevi e non lo sai tuttora nemmeno tu.

E’ questo il senso. Quante cose non sapevo di me? Quanta parte di me tu non hai mai conosciuto? Forse non sono esattamente cambiata da quando me ne sono andata, semplicemente sono tornata indietro, a quello che mi piaceva prima di te e a quello che non ho espresso con te. Pensavo fosse più semplice tararsi su di te, sulle tue aspettative, sulle tue abitudini, pensavo di gestire meglio tutto, di poter avere il controllo sulle emozioni e quindi evitare troppi sbalzi. Ma ho lasciato indietro me e ora, che tutto si fa daccapo, scopro che la mattina mi piace da morire stare a letto. Sono sempre stata convinta di essere una mattutina di primordine, mi prendevi sempre in giro perchè spegnevo la sveglia un minuto prima che suonasse, scattavo dal letto come un soldatino e in tre secondi ero vestita e pronta con la lama tra i denti per affrontare la giornata. Ci penso ora al perchè, a quell’ansia di rimanere a letto, che mi assaliva. Ora codifico, analizzo e capisco molto di te e di me, e soprattutto dei nostri ritmi sbagliati, del nostro sbagliato modo di amarci. Ora la mattina mi sveglio col suono stridente della radiosveglia, la spengo, mi concedo quasi altri 15 minuti prima di alzarmi, e intanto mi rigiro, mi coccolo, mi faccio coccolare. Osservo quelle labbra appena arricciate alla luce fioca della tapparella sempre un po’ aperta. E decido che è li il posto perfetto dove vorrei passare tutto il mio tempo, complice un amore che non mi aspettavo e forse nemmeno volevo dopo te, ma che ha saputo avere tutto di me.

Lui è una persona speciale sai. Speciale per me. Speciale perchè in tanta parte del suo essere è così simile a me da farmi paura. Credo che lo odieresti perchè rappresenta tutto quello che non sei tu, tutti gli stereotipi che ti ho sempre visto odiare. Ha studiato, ha un buon lavoro. Legge e ha letto molto, scrive poesie. Parla molto, di tutto, dice cose a volte banali, altre stupende. E’ femminile, nel senso più ampio del temine. Ha un animo delicato e attenzione per i dettagli, quelli della vita reale, e quelli del mio essere, del mio cuore. Eppoi tenacia, forza, impeto. Non mi sono accorta di lui per caso. L’ho voluto conoscere perchè un giorno gli era caduta una sigaretta dalle mani, il risultato del goffo tentativo di fumarla quando non sei fumatore abituale. Cosa che ha attirato la mia attenzione perchè ho riconosciuto un comportamento mio. Quell’inadeguatezza che cerco costantemente di nascondere, quella smania di uniformarmi, di passare inosservata, di fare tappezzeria al mondo. Ora non so proprio dire come si possa passare dall’amare uno come te ad amare uno come lui. L’inversione di rotta è piuttosto netta e contrapposta. Ma ci sto bene. Specie ora.

Non c’è un modo delicato per dirtelo. Non ci sono parole gommapiuma che attutiscono il colpo. Sono incinta. Dopo poco più di due anni in cui ti ho lasciato sono incinta. E ora sembra tutto così minuscolo. Anche tu. Finalmente, dopo tanta analisi, tanta introspezione, tanto scavarmi nelle ossa, mi sembri minuscolo e insignificante rispetto a quello che avresti potuto, a quello che avremmo potuto essere insieme. No, non è per la grazia della maternità, non solo. Sono sempre la stessa stronza cinica e una manciata di ormoni non cambierà di certo lo stato delle cose. E’ il fatto di condividere un progetto, importante. E’ affrontare la paura insieme. E’ l’essere terrorizzati e potersi guardare negli occhi e dirselo. E’ finalmente la tranquillità di mostrarsi, di abbandonarsi. Un delirio controllato, mai uguale ogni giorno eppure così rassicurante. L’essere libera nonostante questi legami stretti. Sentirmi libera davvero. Con te lo ero, a metà. Credo mi fossi concessa la libertà di amarti oltremodo, oltre ogni ragionevole limite di decenza, oltre il rispetto per me, oltre la mia dignità, oltre la mia persona. E quando superi il limite, tutto quello che dai all’altro lo togli a te stesso. Eravamo solo una proporzione sbagliata infondo.

 

 

 

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