Randomizzato in doppio cieco.

Continua imperterrito il mio studio sull’imbecillità dell’uomo. Vorrei tanto aspirare a quel testo bellissimo che è “Il cretino in sintesi” di Fruttero & Lucentini, ma i miei campioni di studio sono talmente idioti da risultare poco servibili anche ai fini di ricerca.

Stavolta ci stava pure lo studio randomizzato in doppio cieco. Serviva. La pseudoscienza prima di tutto. E serve di essere in molti, effettivamente, per capire se una medicina serve o è solo l’ennesima boiata. Fortuna che alla fine, risultati alla mano, ti rendi conto dell’inganno. Che non è della medicina ma del tuo cervello. Ti convinci che un uomo sarà la tua medicina, ti salverà da tutte le tue malattie (grazie Battiato ma La Cura infilatela pure nel deretano…) e ci credi. Cazzo se ci credi. Finchè il tuo cervello non ti farà felice e fottuta facendoti volare nello stomaco bestioline svolazzanti che manco col DDT le ammazzi. Grazie.

E allora da qui la necessità della precisione scentifica. Double-blind control procedure. Insomma. I numeri parlano, servono, danno risposte. Se un uomo fa lo stronzo solo con te probabilmente è un Saturno Contro, ma se, dati alla mano, vedi risultati ripetibili e dimostrabili, beh… statisticamente sei incappata nel famoso Placebo. L’uomo-Placebo. L’uomo insulso. Il mezzo uomo. Inteso come mezzo uomo e mezzo testa di minchia, anche se sulle proporzioni esatte non sono molto certa. Quello che fa leva sulle tue debolezze e i tuoi bisogni facendoti illudere di essere la tua Medicina mentre è solo Acqua Sporca. Ma lui è solo glucosata che ti sei iniettata nelle vene. Sei tu che pensi che funzioni. Che senti la felicità nelle vene e ti convinci che quel pezzo di idiota sia il motivo per cui ti dovresti vivere. Lui non ti ha mai salvata, mai. Lui ti ha salvata meno del lurex che fa subito “sera” e dei fuseaux dimagranti di Jane Fonda. Ti ha salvata meno della pasta col tonno che porcoddio salva sempre qualsiasi situazione. Ti ha salvata meno delle dita in gola. Non ti ha salvata mai. Era il tuo cervello che aveva delle epifanie, ecco. Era la tua voglia di stare al mondo e starci bene che ti faceva infojiare il cervello con queste minchiate.

Ora vi chiederete il perchè di tutto questo. Divulgazione di letteratura scientifica e memorandum.  Una saggia anima mi ha detto “sai che quando tutti i gatti del mondo e i gelati con la nutella non basteranno, i motivi dell’abbandono del Pio Imbecille ti sembreranno superflui o superabili. Quindi scrivili da qualche parte e leggili, spesso”. C’ha raggione, bella lei.

Certi imbecilli fanno fatica a cambiarsi le mutande, figurati l’anima.

 

 

L’astronauta e la Luna.

L’astronauta. Parte prima.

Sono un bambino. E il mio sogno è di andare sulla luna. La maestra dice che se voglio posso fare quello che mi pare da grande e quindi io ho deciso che farò l’astronauta spaziale americano e andrò sulla luna. Mamma invece, quando gliel’ho detto mi ha detto di non crederci troppo, che se anche papà avesse fatto quello che sognava ora non starebbe a vendere il pesce al mercato del porto ogni mattina. Ma io credo che il mio papà non è andato a scuola e quindi nessuna maestra gliel’ha detto che poteva fare quello che voleva. A me la maestra l’ha detto quindi devo studiare la matematica, le scienze, gli aerei spaziali, le stelle e quelle robe lì e poi devo mangiare veramente tanto perchè gli astronauti dei film sono tutti molto grandi e io non lo so se mangiando sempre il pesce che il papà porta dal mercato posso diventare forte. Mamma dice che non sopporta più quella puzza di marcio e papà allora grida e si arrabbia perchè le dice che è una ingrata. A me il pesce piace anche se è sempre uguale tutti i giorni ma poi penso che anche Braccio di Ferro mangiava sempre spinaci e mica l’ho mai visto lamentarsi. Io voglio solo crescere veloce veloce e andare in America alla scuola degli astronauti spaziali e poi andare sulla luna perchè così divento ricco e posso comprare a papà dei vestiti profumati e alla mamma delle bistecche così non li sento più litigare per la puzza di pesce. Quindi devo solo studiare la matematica e le scienze e le cose spaziali. Infondo non è difficile.

Luna. Parte prima.

Un giorno chiederò seriamente a mia madre perchè mai mi abbia dato un nome così. Il nome di un satellite. Luna. La odio. Mia madre, non la luna. La luna invece non la odio, mi piace…è in alto, fredda e pallida un po’ come me, come la mia pelle. Come i pianeti rotondi che mi stanno crescendo addosso e a cui tutti dedicano tanta attenzione. Mi fanno schifo. Mi fanno schifo e vorrei essere leggera come una farfalla. Le farfalle volano fino alla luna? Secondo me no, però se diventerò leggera leggera, senza mangiare né bere, un giorno mi lascerò andare dal parapetto dell’ultimo piano e il mio corpo sarà così leggero che invece di cadere nel vuoto spiccherà il volo.

 L’astronauta. Parte seconda.

Luna abita al terzo piano. Ha tre anni più di me che ne ho 17 e già ha finito le superiori. Tra due anni dovrò cambiare scuola e forse non la vedrò più ma non credo lei se ne accorgerà. E’ così bella, e magra, pallida e fragile, ho paura di parlare con lei perchè non so cosa dire. Lei ha i capelli rossi, lunghi, raccolti sempre in una treccia morbida, e profuma tantissimo di vaniglia anche quando passa veloce sul pianerottolo per salire e il suo profumo si mescola col disinfettante con cui la donna delle pulizie lava le scale. Ha tanti amici, tanti ragazzi più grandi che la corteggiano e io la vedo solo passare dal pianerottolo per salire e ogni volta non so con che scusa poterla fermare. Lei corre, corre sempre e io non so davvero cosa potrebbe farla fermare e mi godo solo l’odore della vaniglia mischiato ad ammoniaca che, a differenza sua, resta sempre un po’ più a lungo. Devo trovare almeno una cosa intelligente da dire per farla fermare insieme a quel profumo suo così buono. Devo trovare almeno una cosa che sia diversa da tutto quello che le avranno detto tutti quei ragazzi che la aspettano sotto al palazzo coi motorini e che sanno l’odore dei grandi, degli uomini, del dopobarba mentre io devo non avere un odore perchè quando sto sul pianerottolo, fuori la porta di casa a far finta di leggere lei non si accorge nemmeno di me. Tra due anni inizierò l’accademia aeronautica, forse non la vedrò più, ma forse un giorno andrò sulla luna, quella vera, e allora sì che avrò qualcosa di unico da raccontare, e lei si fermerà a guardarmi coi suoi occhi verdi e storti e nessuno potrà portamela via almeno in quel momento perchè nessuno di quei ragazzi col motorino andrà mai sulla luna. Andranno in galera, o a lavorare al mercato del pesce, o al cimitero, come tutta questa gente che mi circonda.

Luna. Parte seconda.

Oggi ho sbattuto la porta sul muso di quello sfigato del piano di sotto. Uno talmente con la faccia nei libri da non vedere nemmeno chi passa e cosa gli sta arrivando addosso. A volte mi fa pena, cazzo. A 18 anni dovrebbe uscire, divertirsi. Io a scuola mi ci sono barcamenata perché era necessario, nulla di più. Studiare non serve a un cazzo. Se sei ricco, non ti serve perché sarai comunque sistemato. Se sei povero tantomeno, l’odore di povertà di questo quartiere di pezzenti non te lo togli neanche se corri più veloce di Pantani. Ma io ho la mia medicina. Io ho la mia polvere bianca. La polvere di Luna. Quei poveri di merda non sanno cosa significa stare con gente che usa questa roba. In quartiere la chiamano col mio nome perché, beh… per averla ho dovuto fare qualche “piacere” a qualcuno. Poco male. Meglio farsi scopare da ricchi imprenditori che da pezzenti sfigati con l’odore del borgo addosso. Chissenefrega del resto. Chissenefrega e basta. Una chance me la devo, hai visto mai che uno di questi vecchi papponi davvero me lo trova un posto decente dove andare. Dovrebbero ringraziarmi, sono bella, sono giovane e disponibile. E loro sono cagnolini grati che vendono l’anima per un pompino.

 L’astronauta. Parte terza.

Chissà perché mia madre pensa sempre che io in Accademia possa fare un po’ come mi pare. Invece quello adoro è proprio il rituale del tempo scandito da regole. Ogni cosa minimamente programmata e scandita da suoni regolari di campanelli metallici. Qui è ordine, pulizia, precisione. Per questo mi stupisce la sua chiamata alle 9:13 di un mercoledì mattina del tutto a caso. Non è il momento, dai. La richiamo dopo pranzo, amo aspettare e sono convinto non abbia niente di interessante da dire, le nostre conversazioni non brillano solitamente di epifanie. Anche stavolta attacca col walzer di domande retoriche a cui rispondo praticamente in random.

Poi una frase curiosa. “Luna è morta… te la ricordi, quella malanima del terzo piano, c’aveva più o meno la tua età. Che pecàto. (Silenzio. Tre… Due… Uno…) … ma tè vuoi andare al funerale?”.

Mi dice che l’hanno trovata su una panchina con l’ago ancora di traverso. Mi dice, dicono, che fosse passata all’eroina perché quei quattro imprenditori papponi a cui si vendeva come un cane avevano trovato carne più fresca e meno sfatta. E la polvere bianca costa. Me la ricordavo vagamente hippie, me la ricordavo bellissima, ma non me la ricordavo stupida. Probabilmente non l’ho conosciuta mai. E decido quindi di non andare, la ronda della pietà e del pettegolezzo me la voglio evitare. Leggerò di te in un trafiletto di qualche stupido giornale locale che scriverà qualche giornalista a caso, che non ha idea di che buon profumo lasciavi sulle scale quando passavi. Luna, la tua vita spezzata diventerà il fondo di una gabbia di uccelli, incarto del pesce del porto, brucerà veloce su di un camino, o alla meno peggio andrà tra la spazzatura del condominio che tanto odiavi e che ti ha incatenata. Io, comunque, sappi che ricorderò solo l’odore di vaniglia e ammoniaca. Nonostante la mia tendenza alla perfezione formale, quel miscuglio totalmente sbagliato, smelenso e pungente rimarrà sempre tra i “miei” profumi, quelli che porto nel cuore, quelli che urlano casa, amore, leggerezza, poesia.

Al mio Sangue.

Tra le due dita i miei segreti.

Nei tuoi occhi stanchi depositata la mia rabbia.

L’odio è liquido e si espande,

si fonde con le mie lacrime.

Le tue, meno salate, meno vere.

Tossicodipendenza schifosa.

 

Odi et amo.

 

Preghiera per te. A come ti vuoi.

Non chiedermi. Non so. Non più, non ora.

Hai raso al suolo. Devastato.

Te stesso ed io con te.

E mi chiedi scusa… scusa.

Mentre mi trascini ancora.

 

Più giù cazzo, dai. Strappami la pelle.

Sangue mio. Amaro come veleno.

Braccia mie. Torniamo bambini.

Piccolo. Stai qui. Giochiamo a palla ancora.

Ti proteggo io che non ci arriva qui il nero buio delle tue angoscie.

Siamo più forti, così indifesi e stupidi.

 

Incondizionato. Dolore e amore.

Perdonami tu, questa volta, che, di nuovo, non smetto.

 

Enjoy the little things.

Si rinasce sempre. Un po’ per volta, lentamente oppure urlando come bestie feroci. Ma si rinasce, sempre. La vita nella sua perfetta imperfezione ti semina sempre nuove oppurtunità davanti agli occhi e parecchie uscite di emergenza ai lati.

Sta a noi cogliere l’attimo per fare quel passo in avanti e buttare le gambe più avanti del cuore oppure indugiare nella smelensa nostalgia dei tempi andati, fottutamente come dovevano andare. E io scelgo me. Tu camminami vicino se vuoi, ma io scelgo me. Smetto di cercarmi e inizio a crearmi.

Mi accorgo che rido mentre mi fotografi. E dovrei piangere per un sacco di motivi ma rido. Questa risata senza motivo che nasce da me, non da te, io me la merito. Mi merito di dormire in un prato con la faccia che cerca il sole. Mi merito di sentire l’erba tra i piedi. Mi merito risate di cuore, mi merito il tempo della pace e non della guerra.

Mi merito di poter parlare, libera. Di poter stare in silenzio se voglio non rispondere. Mi merito di custodire i miei motivi dentro di me. Mi merito di non dovermi giustificare. Mi merito di poter camminare a testa alta perché la mia anima è pulita. E respira, finalmente.

Tra le piante, in mezzo al parco, sdraiata al sole. Mi merito il tempo del perdono, soprattutto.

La felicità muore giovane ma la solletico coi sorrisi, con le risate, coi tuoi baci. Tutta quella che posso.

I pezzi che perdo.

E’ strano di come a torturaci siano le cose più insignificanti, minuscole, piccole piccole. Passiamo attraverso un uragano, riusciamo a non morire di dolore e rabbia e poi è sempre la scheggia nel dito che ci tortura. E non basteranno mai le promesse, le scuse, i ti amo, i perdonami. Domande, domande, che porteranno sempre ad altre domande. La baciava? Parlavano? Quando usciva dalla sua porta la salutava con un sorriso? Glieli accarezzava i capelli? Quando era con me e mi sembrava che eravamo felici, ero felice da sola? Non il sesso. Non le bugie. Quelle sono grosse pugnalate che prendiamo e poi curiamo. Ma i ricordi, le risposte che non hai, come le sistemi? Ti torturano il cervello ogni minuto, ogni istante come trapani assordanti.

Come ci sopravvivi allo schifo? All’umiliazione?

Da donna, violata nel tuo più intimo spazio segreto che tenevi solo per lui, come un dono. Ho sempre pensato che l’importante nella vita fosse restare puliti, almeno con se stessi. Poi ti ritrovi che lo sporco te lo mette addosso chi ti giura di amarti. Senza parole. Senza rumore. Senza drammi. Te ne stai lì da sola con questo sporco dentro, addosso e intorno, seduta come una bambina. Piangi ormai per abitudine sperando che lui se ne esca dal tuo cuore insieme alle tue lacrime. E non mangi, e poi mangi e vomiti, e ti torturi. Cazzo se ti torturi quando dovresti torturare lui e non ne sei capace. A pagare è sempre chi è stato pulito. A star male è chi si prende la pallottola nel cuore, ovvio, non chi ti spara in petto mentre ti giura che ti avrebbe per sempre salvato. Ma pago a testa alta. Non ho niente da rimproverare a me stessa.

Domande, domande, domande. Contano i tempi? Conta se è stata una volta o tante? Conta se un uomo ti tradisce dopo 3 mesi di relazione o dopo 5 anni? Conta se ti tradisce con una persona che ama o con una che ha solo accontentato le sue voglie? Conta se ama me o dice di amarmi? E, alla fine, mi salverà avere le risposte? Cosa può salvarmi davvero ora?

Sola, dignitosamente sola, raccolgo i cocci piano piano cercando spiegazioni e un po’ di pace. Come un puzzle a cui so già mancheranno troppi pezzi. Sono le mancanze ad uccidere.

Chissà se uccideranno anche te le mancanze. Chissà se penserai alle risate al parco, chissà se penserai a quando sdraiata sul tuo petto ascoltavo la tua voce leggere per me. Chissà se guardando una qualsiasi panchina in un posto a caso ti ricorderai di quella panchina in cui hai inciso i nostri nomi. Chissà se ti ricorderai di me quando sentirai cinguettare una cocorita colorata. Chissà se un giorno, in riva al mare, penserai di quanto mi hai abbracciata e di come mi si sono scompigliati i capelli mentre avevo le lacrime agli occhi per la gioia di quel momento e ti dicevo “sono tanto felice”. Chissà se ti ricorderai di quando ho rotto il tajine che mi avevi regalato e tu ridendo mi hai detto “sei la solita imbranata”. Chissà se userai ancora quelle frasi che erano nostre, se dirai ancora “senza proprietario”…. Chissà se scriverai ancora lettere per qualcun’altra o ti ricorderai di quella che hai scritto a me. Chissà se entrerai ancora in un negozio di fiori e cercando le orchidee da comprare annasperai dicendo nomi strani. Chissà se guardando quella maglia capirai che eravamo una squadra o potevamo esserlo ma mi hai messa in panchina. Chissà se vedendo un tatuaggio, un disegno, una foto penserai “magari l’ha fatto lei”. Chissà se sentendo qualcuno soffiarsi il naso ti girerai di scatto per vedere se sono io. Chissà se vedendo quella “stupida carota” ti verrà ancora un sorriso. Chissà se ti chiederai come sto. Chissà se ti torturerà sapere che è stata colpa tua o se resterò solo una macchietta di inchiostro sporco nel libro della tua vita. E mi cancellerai.

Infondo vorrei solo che almeno tu ricordassi tutto. Perchè la cosa peggiore è che mi sembra di non essere esistita mai. Quella cosa lì, che a me sembrava felicità, sparisce. Non sei mai esistita. Non ci sei nelle foto. Non ci sei nei sorrisi e negli occhi. Sparita. Sparito tutto. Sparito l’amore. Spariti i progetti.

Tutto raso al suolo. Devastato. Ora c’è vuoto. Ora è il punto zero.

Ex. Istruzioni per l’uso.

La tua ex diceva sempre che non ero abbastanza. Lei invece sì che era abbastanza. Abbastanza cogliona.

Chi di voi non ha mai dovuto affrontare una ex, guerrafondaia o passivo-aggressiva che sia, alzi la mano. Innanzitutto diamo una collocazione spazio-temporale alla questione. Perchè, vojjio dì… se sei ex un motivo ci deve pure essere. Abiti in un posto chiamato passato e che sia prossimo o remoto prima o poi dovrai pure fartene una benedettissima ragione.

Si, sono anche io una ex. Ex tante cose. Ex pallamanista, ex compagna, ex moglie, ex grassa, ex magra, ex bionda, ex ex ex…. ex che è anche un po’ felice rimando alla sublime parola exit. Pénsace và. Il latino mi da sempre una certa dose di ragione. Perchè essere una ex significa uscire da qualche cazzo di qualche cosa, chessia una relazione, una situazione… quindi ecco, regaliamoci, regalatevi, da ex, una morte serena e dignitosa. Poco importano i tumulti del vostro cuore masiniano invasato da terribili dolori. Esiste un posto chiamato futuro ed è lì che abitiamo noi. Quelle che “arrivano dopo”.

Certo, tutti i diritti del caso. Voi lo conoscete, conoscete la sua famiglia, i suoi difetti, l’odore dei suoi calzini, ogni angolo della sua casa dove avete pensato bene di pisciare in ogni angolo per segnare territorio. Ma fragili anime, siete simpatiche finchè la questione non prende forma patologica e recidivante, ma quando continua diventate solo un patetico caso da TSO. Garantito. Quando imbrattate i social coi vostri ricordi migliori per dimostrare a noi (…o a voi stesse…?!?) di quanto sia stata unica e intensa e preziosa la vostra relazione ricordatevi che il posto per la vostra dignità dovrebbe essere dentro di voi, e non dentro ad un water. Se davvero lo avete amato o lo amate ancora, please, lasciatelo andare. Anche affanculo eh, fate vobis.

Ed ora la parte più difficile…. come affrontare la psicopatica di turno? Le filosofie sono principalmente due:

MODALITA’ ZEN-PACIOFONDAIA-BUDDHISTA. Sedetevi, rilassatevi e come dice Berry White “let the music play”. Si incazzerà, provocherà, offenderà, un gattino arrabbiato che miagolerà… dudùdadadà…. e poi, magicamente smetterà. Voi dovete solo calarvi buone dosi di xanax e fare il muso da culo più taoista che riuscite a farvi venire senza provocarvi paresi facciali. Lo so, non è facile perchè lei è costante, è una trivella e vi colpisce dove fa più male e, imperterrita presenza, sembra non mollare mai perchè “senonstaconmenondevestareconnessunaltra”. E noi siamo l’altra. Noi siamo quelle a cui “loro” (le ex psicopatiche di merda, ndr…) vogliono far perdere le staffe, ci vogliono far sembrare gelose e paranoiche, vogliono farci cedere instillando nel nostro orecchio vocine maligne e istinti omicidi davvero difficili da controllare. E noi, chiamate all’ordine come bravi soldati dobbiamo restare nella posizione yoga del loto mentre queste ci ballano la macarena sui coglioni. Se avremo la pazienza necessaria, però, lo sforzo sarà ampiamente ricompensato. Quindi calma ragazze, armatevi di pazienza, infondo quando sorridete felici avete già provocato irritazioni e orticarie a sufficienza.

MODALITA’ AK-47. La guerra si combatte con la guerra. Personalmente sono per il “niente prigionieri” quindi o vivo o muori. Bella mia, hai voluto giocare? Vieni, vieni pure. Siate cattive, mostrate le unghie e i denti. Abbaiate e mordete con la facilità che vi sovviene. La stronza merita ogni morso e anche se non avete canini in platino lascerete un bel segno. L’unico intoppo è che quasi sempre le palle non le hanno per affrontarci a viso aperto, quindi attente…. il rischio è di aspettare col fucile spianato un nemico che per paura o codardìa non si presenterà mai alla vostra porta. Vi offenderà sui social, vi minaccerà conto terzi, magari copierà pure i vostri blog (sad and true story – parte 1… ), vi manderà messaggi facendo finta di sbagliare (sad and true story – parte 2… ), vi farà sentire la sua presenza costante come l’odore di ascella sul bus 54. Ma mai, dico mai, vi affronterà, perchè sa già di aver perso in partenza. Quindi considerate un regalo la loro codardia, vi farà sembrare vincitrici senza spargimento di sangue anche se lo so… vi capisco… vorreste tanto tanto tanto sfondare la di lei faccia a craniate sul naso. Sono immagini così “poetiche” che mi commuovono.

Ma amiche belle… ricordatevi sempre. Se avete la fortuna di un lui non completamente lobotomizzato non dovrete difendere alcun bastione, le posizioni sono chiare e precise e si sta nel posto dove ti hanno messo, se il tuo, cara ex di merda, è affanculo non è certo un problema mio. Quindi tesoro… stai pure lì dietro a parlare alle mie spalle… infondo è la posizione migliore per baciarmi il culo.

L’unica vera, splendida e meravigliosa verità è la garanzia che tanto le imbecilli la maggior parte delle volte si rovinano da sole, nel loro volo pindarico di stupidità molto spesso si spingono oltre, troppo vicino al sole, si bruciano e cadono. E noi non dobbiamo fare proprio niente. Le ex vanno sempre, sempre, sempre ringraziate perchè se non avessero combinato il merdaio che hanno combinato non sarebbero ex e voi non sareste qui a godervi lo spettacolo dalla ruota panoramica.

 

 

 

 

Black Dhalia. Cronache del Silenzio.

black dhalia

Alla terza volta che provo a scrivere un incipit decente per quello che mi frulla in testa oggi decido di mollare. No, non è un argomento facile e forse buttarcisi a capofitto d’improvviso è il migliore degli approcci possibili.

Guardami, ti prego. Ho deciso di dirti che ti amo, sempre. Anche quando litighiamo. Anche quando mi lasci sola. Magari non afferri il perché quando rimani arroccato dopo una tempesta di veleno e cattiveria. Ho deciso di dirtelo perché è l’unica cosa con cui mi va di provare a rompere il tuo silenzio e anche il mio con una cosa che abbia importanza davvero. Litigare è un’arte in cui non vinco… cedo, sono debole, mi frega la mancanza, la paura, la rabbia incontrollata… come stratega ho la tecnica di un tredicenne alla prima cotta, c’è da dire che mi aiuta la pazienza e la consapevolezza di essere piuttosto stupida. Respiro e cerco di capire, e il più delle volte non capisco mai. Davvero.

Pensavo al silenzio. A quante volte si è fottuto relazioni, amicizie, dolori, anche piccole felicità andate via, così. Si tace per pudore, per paura, per convenienza, per amore. Personalmente ho taciuto più per amore che per il resto, ad ognuno la sua. Mi porto i miei silenzi come sacchi pesanti accumulati negli anni, come un bagaglio scomodo ma rassicurante, una vecchia e consunta coperta sempre troppo corta che lascia scoperti i piedi. E’ che l’ho capito tardi, troppo tardi ho capito che avrei dovuto parlare quando ero scomoda, quando mi sentivo sola, e faccio fatica a liberarmene… un po’ come tanti immagino. Me ne sto sola nel mio guscio silenzioso cercando di frenare l’angoscia e la rabbia e il desiderio di imbracciare un AK-47 per sparare contro un mondo che non ha mai capito un cazzo di chi sono davvero. La cosa veramente orrenda è che quando tu mi dici che mi ami ci credo davvero e vorrei che tu sapessi già tutto di me e io tutto di te e invece è una strada da fare, ed è lunga anima mia.

E c’è che tu sei un guerriero. C’è che inconsapevole di quanto distruggi ogni volta ti riprendi quella parte buona di me che torna sempre. E mi restano i cocci, dentro. Mi si rompono i bicchieri, nel cuore, e il pavimento è pieno di vetri rotti che in silenzio cerco di evitare. E non posso. E credimi, chi ha amato almeno una volta nella vita sa che bisogna essere disposti e calpestarli qualche volta, per amore si deve sanguinare camminandoci sopra. Per questo ti dico che ti amo mentre mi lasci, mentre mi dici che sono sbagliata. E’ il mio modo di essere fachiro del silenzio che ci divide, cammino sui vetri che rompiamo per coprire queste distanze fatte di rabbie, silenzi, incomprensioni.

Sono stanca del silenzio. Il silenzio mi ha portato via tutto, sempre, ogni volta. Perché avevo paura di sanguinare davvero e stavo ferma ad aspettare che quel cumulo di macerie sparisse da solo quando da solo non spariva mai. Non è soffrire che mi spaventa, è accorgermi di averlo fatto per nulla ed essere sola in questo spazio che non è più mio, ne tuo, ne nostro. Ma la garanzia che resterai non me la può dare nessun Dio e nessuna promessa. Si rischia. Si perde, a volte si vince.

Di certo, amore, posso solo dirti che se sorpasso questo spazio, il tuo abbraccio, quello stretto di quando mi respiri vicino all’orecchio, resta sempre il migliore antidolorifico del mondo.

 

Stai forte, piccino.

Devi essere forte piccino.

Lo so io e lo sai te, che le parole che avevi scritto non erano per lui. Erano per te. Erano, e sono, per chi rimane.

E me lo dici così, che si è spento. Senza preamboli, senza aggiunte. “Papà si è spento lunedì”. Come una candela piano piano consumata, che cola la sua cera come lacrime. E poi rimane un flebile filo di fumo. La cera raffredda. Resta il silenzio, restano i ricordi. Resta che la rabbia va sputata via dalla bocca, tolta dal cuore come brutte spine di una splendida black baccarat. Piango di riflesso, perché nonostante tutto questo schifo vedo dietro le nuvole l’uomo che sarai. Soprattutto onesto. Uno che davanti alla morte sa dire “è stato meglio così”. Ci vuole del fegato per pensarlo davvero.

O forse ci vuole di prendere un quaderno e mettere tutto lì dentro. Questo è il modo, il tuo, il mio. Avevo un blocco. Non riuscivo più a scrivere, ma se è vero che scrivere è un urgenza, ora ho necessità di comunicare con te nella forma che più ti si addice. Tu che leggi sempre, tu che scrivi, che vivi di forma, di onestà. Te lo devo, te lo devo questo sforzo, te la devo questa urgenza.

Io non lo conoscevo. Però conosco te. E se è vero che la mela non cade lontano dall’albero tutto mi suggerisce fosse qualcosa di speciale, una di quelle persone che il segno lo lasciano, solco sulla terra, varco nel cielo, senza tante parole. Uno di quelli che tira avanti il peso col sorriso di chi sa che tanto la vita vince sempre, ma non si arrende a dargliela vinta. Uno di quelli che ha capito che perdere col sorriso infondo non è mica perdere.

Eppoi mi conosci. Sono banale. Ti dico che ti voglio bene. Stai forte.

Meri é tossica.

Meri è tossica ma non lo sa, oppure preferisce non dirlo ad alta voce che la parola ha il taglio delle lame e a volte meglio usare un sinonimo, un trucco pesante. Il trucco pesante ed inutile di una battona ormai vecchia per portare il suo rossetto rosso carminio.
Meri è tossica, ma non è neanche per l’eroina, la cocaina, quel cazzo di metano e i calmanti che usa per bilanciare il down. E’ più un atteggiamento, è la cazzimma di chi vuole tenere sempre il muso duro, la testa alta,  è la poca voglia di piegarsi, parlo di quel piegarsi naturale che prima o poi tocca, e tocca davvero a tutti anche a chi non vuole.
Meri è bellissima, come le rovine storiche che sgretolandosi rimangono in possesso di quella certa idea di bellezza che sai che devono avere avuto e perso, Meri negli occhi ha gli anni delle guerre, gli anni dell’abbandono, gli anni degli assalti, gli anni dei silenzi e delle ferite.
Meri è tossica di vita e ha preso tanto, tutto, e la vita questa stronza poi si sa che chiede il conto e non permette ritardi o altre menate. E a lei non piace pagare e non le è mai piaciuto pensare che a momenti la vita potesse anche fare schifo e di doversene pure fare una ragione ed andare avanti lo stesso.  Io vorrei dirglielo che, tesoro mio, in questo buco di culo di posto la vita la paghiamo tutti ed è un conto salato sempre.
Ma lei viene qui, beve il caffè triste che le faccio, quello che ha il sapore di fosso, e le nostre confessioni durano il tempo di veder svanire il vapore che sale dalla tazzina, e mica la vita tesoro mio te la posso risolvere così, che l’acqua del caffè si fredda sempre troppo in fretta per i miei gusti. Corre veloce lei, e io arranco dietro ad un tempo che mica capisco, sono indietro, tanto indietro. Mica capisco perché c’ha questa voglia boia di farsi del male, mi chiedo quanto male uno possa farsi, semplicemente per sentirlo poi il dolore, per sentirselo addosso e sentirselo dentro. Per non sentire l’insensibilità. Mi chiedo quanto freddo debba averci per bruciarsi la pelle e l’anima per sentire un poco di caldo.
Ma Meri lascia sempre la tazzina vuota sul mio tavolo, e nei fondi del caffè ci lascia tutte le mie intenzioni buone, le mie supposizioni da psicologa del bar e le mie parole e la mia rabbia da chi vuole distribuire salvezza da dietro un bancone. Ci sentiamo un poco eroi del cazzo a volte, perdonateci.
Meri si fa odiare dal mondo e anche da me nel tempo breve di un caffè, ma ultimamente ho notato che il caffè lo beve sempre più in fretta. C’ha più nemmeno il tempo per questo, c’ha più nemmeno la voglia di far venire lo schifo alle persone che voleva disgustare, schifare, irritare.
Mi fa paura questo buco nero che si autoalimenta.
Niente fine, mai? Davvero?
Chiudo gli occhi, lavo le tazzine sporche, stop.

Sei tu, il mio caleidoscopio.

“Non ho mai sentito una musica più bella….”

“Di cosa diavolo parli?”

“Del rumore della pioggia, quando batte sui vetri…”

Una musica bellissima, forse rumore, un po’ pianto un po’ voce interrotta. Il fatto è che mi piace tanto perché ho sempre avuto la romantica e disfattista visione che sotto la pioggia possa accadere di tutto, amori, liti, partenze, arrivi, baci, parole. Una specie di catalizzatore, di magnete. Se devi fare qualcosa di pazzo fallo sotto la pioggia perché se è vero che nessuno ti salverà dalla tua pazzia avrai almeno la sensazione di essere, per una dannatissima volta, in linea con le leggi del cielo e del cosmo intero. Guardo il vetro bagnato distorcere le luci di una strada che è la mia, ma non ancora. E le gocce. Come un caleidoscopio.

Sei tu, il mio caleidoscopio.

A volte fa venire il vomito, cazzo. Tanto, troppo di tutto. Poi respiro, assenza. Fermati. Ho bisogno di respirare. Poi ho bisogno di te. Poi ancora di respirare. Pioggia maledetta troppo poca non disseta la terra e troppo la annega, questione di pesi, di misure, di tempi, di connivenze. Ho bisogno di guardarti, ma al riparo, da sotto un ombrello. Da distante.

Sei tu, il mio caleidoscopio.

Sei la lente, il punto esatto attraverso cui guardo quando attorno tutto mi fa schifo. Voglio così, non sei tu, l’ho voluto io perché la realtà mi fa schifo, è complicata, brutta se vogliamo semplificare le cose. E l’ho voluto dal primo istante e l’ho voluto esattamente così, sei un psichedelico notturno e bagnato di pioggia. Se la visione distorta della realtà è consapevole quanto più essere illusoria? Mi rassicura la tua illusione.

Sei tu, il mio caleidoscopio.

Il fatto che per farmi andar bene il mondo io debba necessariamente filtrarlo con una lente mi fa ridere parecchio. Il vantaggio è che così traccio i confini, decido.Metto a fuoco. Chiudo il diaframma. Decido. Filtro. Scelgo i colori.  Viviseziono la realtà.

Come sbirciare nel caleidoscopio. Come guardare la strada mentre piove e cercarsi in quel cellophane di specchio che ricopre tutto. Dio quanto ho cercato. E’ un po’ frugare nel proprio delirio personale, mica roba da tutti. Se si impara però, ad asciugarsi, poi, è la cosa migliore al mondo sapere di potersi permettere un momento di schizofrenia condivisa con l’universo intero.

Sei tu, il mio caleidoscopio.

Ballo, ballo sotto la pioggia. E oggi sono felice che piova, anche se volevo uscire e mi bagnerò questa testa di cazzo. Si, so che mi ammalerò così. Ma lasciami fare, per favore. Che questa frenesia è come la febbre e la febbre serve, amore mio. La febbre è la rivoluzione di un corpo che si ribella, pulisce. Lasciami fare.